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mercoledì 22 agosto 2018

Siamo sull’orlo del precipizio

Nessuna certezza è imperitura. Nessun diritto può dirsi acquisito per sempre. Diritti e libertà devono sempre essere conquistati dai popoli e mantenuti attraverso la stabilizzazione di un comune sentire, di una “coscienza di massa”, per sintetizzare il concetto, che sia la garanzia della incontrovertibilità repentina.
Tradizioni orali e tradizioni scritte, quindi Costituzioni di vario genere, sono manifesti che nascono attraverso processi storici determinati da quello che Michail Bakunin definiva il “mistero della storia”, quindi un movimento che all’improvviso, per diverse concomitanze, accende una scintilla che crea un incendio che fa deflagrare un sistema fino ad allora apparentemente solido, imperturbabile e invincibile.
“Tutto muore: viva l’utopia!“, si poteva leggere sui muri delle città per mano di anonimi scrittori murali anarchici. Ed è vero: Stati e forme di Stato passano, mutano, si trasformano, evolvono ed involvono a seconda dei punti di vista, ma l’immaginazione possente di una nuova società rimane e ci consegna quella passione che deve rimanere come fondamento della “coscienza di massa” per la protezione anche dei diritti sociali e civili che rischiano sempre di scemare, di smarrirsi e di finire in un limbo nichilista pronto a fagocitare conquiste sudate con decenni di lotte.
Ne discutevo alcune sere fa con alcuni compagni che si dicevano sicuri del fatto che, nonostante le esternazioni ruspanti (per usare un eufemismo) del ministro dell’Interno e dei suoi colleghi su molteplici tematiche (dalle unioni civili al ponte Morandi, dai migranti alla Tav), certe acquisizioni di diritti sono ormai solide, non negoziabili tramite mutamenti di orientamento della cosiddetta “opinione pubblica”.
Sostenevo, a questo proposito, che proprio il fatto che Salvini si permetta certe affermazioni o che altre se le permettano i ministri della Lega (e non di meno quelli del movimento 5 Stelle), è già sintomo di una mutazione sociologica di una società italiana che, anche soltanto pochi anni fa, non avrebbe osato mettere in mostra l’odio come elemento di confronto e scontro politico, anti-sociale e anti-civile.
Grande cassa di risonanza e alimentazione bulimica di un momento di eccessivo protagonismo individuale sono stati i “social network”: ciascuno di noi ha potuto esaltare un individualismo molto poco intellettuale e intellettivo, gettando sul piatto della discussione la cattiveria, la brutalità: perché nel branco dei “social” tutti sono ardimentosi, leoni e leonesse; ma nella vita quotidiana diventano timide pecorelle smarrite, pronte a seguire le urla del ministro di turno che tuona contro l’invasione, contro il degrado morale e civile del Paese, contro i rom o i sinti, contro il primo nuovo “diverso” da far diventare un capro espiatorio per conservare intatto il consenso popolare.
Scrive Gramsci: “Vediamo stampate nei giornali, ogni giorno, decine e decine di telegrammi di omaggio delle vaste tribù locali del ‘capo’. Vediamo le fotografie: la maschera più indurita di un viso che già abbiamo visto nei comizi socialisti.“.
Già, Mussolini da socialista pacifista nel giro di una notte cambiò idea e divenne interventista e, poi, velocemente fece del suo socialismo un elemento di continuità con un nazionalismo brutale, violento: prima verbalmente e poi anche fisicamente.
Dalle parole ai fatti, direbbe qualche ammiratore del ventennio nero dell’Italia. Dalle parole agli omicidi, potremmo parafrasare guardando a Matteotti, ai fratelli Rosselli, ai tanti cittadini e compagni bastonati, morti per le percosse e, come Gramsci, morti per la persecuzione carceraria.
Il fascismo di ieri, così come il nazismo di ieri, non ritornerà mai nelle forme esteriori conosciute. Ma ciò che queste forme dittatoriali e assolute hanno rappresentato può ricrearsi e rigenerarsi attraverso un percorso di lenta accettazione di semplici banali parole, di gesti, di sdoganamento di comportamenti prima al di fuori del confine del vivere civile e comune.
Lo stesso conflitto tra i poteri dello Stato sulla vicenda del ponte Morandi ne è un segnale. Il governo assume una espressione di durezza e intransigenza che ai più piace: riscuote applausi e sorrisi. Qualche selfie, tanto per gradire. Ma quando un potere dello Stato si irrigidisce tanto, finisce per essere impermeabile alla dialettica costituzionale, la supera e considera ogni suo comportamento come normale, assolutamente plausibile e, anzi, necessario al bene del Paese.
Scrive, infine, Gramsci: “Benito Mussolini ha conquistato il governo e lo mantiene con la repressione più violenta e arbitraria. Egli non ha dovuto organizzare una classe, ma solo il personale di una amministrazione. Ha smontato qualche congegno dello Stato, per vedere com’era fatto e impratichirsi del mestiere. La sua dottrina è tutta nella maschera fisica, nel roteare gli occhi entro l’orbite, nel pugno chiuso sempre teso alla minaccia… Roma non è nuova a questi scenari polverosi. Ha visto Romolo, ha visto Cesare Augusto e ha visto, al suo tramonto, Romolo Augustolo.“.
Noi cerchiamo di non aspettare di vedere un’altra notte nera della Repubblica…

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