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mercoledì 25 luglio 2018

#SergioMarchionne , non lo dimenticheremo

Sergio Marchionne si è spento stamattina nell’ospedale di Zurigo, in Svizzera, dove era ricoverato ma nemmeno lo si ammetteva.

Le dimissioni di Alfredo Altavilla – responsabile del gruppo Fca per l’Europa – eliminano l’ultimo dei top manager italiani al vertice, ora diretto dallo statunitense Mike Manley. Una conferma impietosa di quanto si sapeva dai tempi della fusione con Chrysler, fatta grazie ai soldi pubblici garantiti da Obama e poi restituiti quando è tornato l’utile operativo.

vogliamo ricordarlo brevemente elencando solo alcune sue grandi gesta:

Campione nel capitalismo “mordi e fuggi”, per decenni si è appropriato di qualsiasi tipo di finanziamento pubblico per poi trasferire la sede legale e fiscale all’estero, mantenendo in Italia stabilimenti fantasma dopo aver paventato un “progetto Italia” utile solo come ricatto per vincere il referendum del 2010 a Pomigliano d’Arco, risultato raggiunto anche e soprattutto grazie alla complicità dei sindacali confederali, questa vittoria ha significato un salto di qualità nell’azzeramento dei diritti e della dignità dei lavoratori in Italia, fungendo da apripista al Jobs Act Renziano.

La politica non ha posto vincoli a lui e alla Fiat, questa è la ragione per cui oggi Marchionne lascia l’azienda in mezzo a un guado, con la certezza che la famiglia Agnelli non sia in grado da sola di reggere la sfida del futuro. La politica poteva fare altro? La risposta apolide, denazionalizzante di Marchionne è stata accettata: nessun governo ha chiesto a Marchionne di investire in Italia, nessuno gli ha chiesto di non omologare l’operaio italiano a quello di statunitense o a quello turco. Nessun governo ha chiesto, soprattutto, la restituzione – con investimenti – delle risorse pubbliche che l’Italia ha dato alla Fiat.

Del “modello Marchionne” oltre all’attacco al contratto di lavoro ricordiamo anche il carattere coercitivo e repressivo, come le minacce di licenziamento ai dipendenti in malattia, i turni massacranti, i reparti confino, i riposi forzati o la cassa integrazione.

All’ombra del “mito” Marchionne ci sono migliaia di vite invisibili che sono state schiacciate e travolte in nome della ristrutturazione competitiva dell’azienda.

La narrazione tossica dei media di regime recita ovviamente la tesi opposta, così sfacciata a falsa che Repubblica online, dopo qualche minuto, ha ritenuto preferibile cambiare il titolo di prima pagina, lasciandolo però nel servizio interno: “l’uomo che salvò l’auto italiana”… portandola sotto proprietà statunitense!

Il servilismo dei direttori dei giornali italiani è pari solo a quello della classe politica (si fa per dire…) che si aggira tra Montecitorio e Palazzo Chigi in attesa di un ordine da Confindustria o dalla Troika. Tenere in vita il marchionnismo, e le relativa narrazioni fasulle, diventa un compito quasi impossibile, senza il maître à penser di questa variante storica dell’apologia del capitalismo. Ma lo ci provano!

Per questo non potremo mai unirci al coro di chi lo vuole celebrare, per noi rimarrà un ingoerdo padrone, e davanti a chi opprime mai ci toglieremo il cappello.

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