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lunedì 4 giugno 2018

SOLO L’AMORE È NATURALE. IL RESTO È PREGIUDIZIO E IPOCRISIA

Io non sono un omosessuale. Anzi lo sono ma prima di essere e sentirmi “omo” di qualcosa o di qualcuno, io mi sento UN essere umano. E’ spesso una sensazione rabbrividevole perché porta a fare i conti con una essenza comune che non si vorrebbe condividere con chi, della stessa specie, è capace di sterminare milioni di persone nel nome della purezza razziale, per sete di dominio, magari unendo questi due fattori con il legaccio del sadismo, della megalomania che è estremizzazione di sentimenti tipicamente umani.
Non è sempre possibile pensarsi umani e potersi astrarre dal contesto complessivo dello spettacolo che il cammino esattamente umano offre.
“L’umanità si fa tanto per farsi”, diceva Carmelo Bene, significando che poi tanta importanza non riveste l’essere umani, l’essere vivi e l’essere parte di una incomprensibilità chiamata “vita” o “esistenza” nel suo più profondo senso che comprende la vita medesima.
Ma, fatto salvo che l’enigma rimane e che nessuno può scioglierlo, qui siamo e qui dobbiamo rimanere e quindi lo scopo dell’umanità dovrebbe essere quello di provare a migliorare sempre più le proprie condizioni di vita, di quel tempo minimo, rispetto alle dimensioni spazio-temporali dell’universo, che affrontiamo su questo pianeta.
Migliorare queste condizioni vuol dire provare ad essere felici, ad armonizzare l’esistenza di ciascuno nel contesto generale della collettività, dei popoli tutti.
Sentirsi umano dovrebbe significare anzitutto provare ai propri occhi e a tutti i sensi che non esistono differenze in ciò che chiamiamo amore e che ognuno di noi ama chi sente di poter amare: un uomo può amare una donna, una donna può amare un uomo, un uomo può amare un uomo, una donna può amare una donna, un essere umano può amare sia un uomo sia una donna, e così via.
Le relazioni di genere sono tali finché si ama solo un genere alla volta. Ma se si ama più generi, viene spontaneo parlare di essere umano nella sua completezza e unicità e non serve distinguerlo tra “uomo” e “donna”. Anzi, tra “maschio” e “femmina”, visto che si fa cenno al “genere”.
Ma non è lecito secondo morali millenarie amare il proprio stesso sesso (altra cosa rispetto al “genere”…): la famiglia, ci dice un ministro di questo nuovo governo che ancora deve ricevere la fiducia delle Camere, è naturale solo se si fonda sul matrimonio e questo non può che avvenire tra coppie formate da eterosessuali.
Per l’amore omosessuale non c’è riconoscimento nella costruzione di un nucleo familiare. Natura vuole, si dice, che un bambino o una bambina siano cresciuti da un uomo e da una donna.
Natura vuole. O forse è la morale cattolica che lo vuole. Forse è la morale di un certo oltranzismo a volerlo. La Natura non ha scritto nessuna tavola della legge.
Si nasce per il congiungimento di due corpi di differente sesso. Ma il dopo è frutto delle circostanze: ciò di cui necessita qualunque essere vivente, umano o non umano che sia, è l’amore: se volete chiamatelo più semplicemente “affetto”. Ognuno di noi lo distribuisce in maniera differente tra parenti, amici, amanti, semplici conoscenti, oggetti, ricordi, animali, piante.
L’affetto è la natura di noi stessi, è la regola della nostra natura. L’affetto lo possediamo tutti e tutti possiamo esprimerlo con sincerità, senza vincoli morali che dettino il genere a cui lo si deve rivolgere.
Due donne o due uomini possono voler bene ad un bambino così come gliene può volere una coppia “classica”, eterosessuale, fondata sul sacro vincolo del matrimonio.
Eppure non è un concetto difficile da comprendere: non è forse meglio l’amore di due padri che la privazione dell’amore per un bambino? Per un orfano non è forse meglio essere amato anche solo da un padre piuttosto che crescere senza entrambi i genitori? Certo che sì.
Ma il ministro non fa riferimento a tutte le circostanze che determinano le famiglie al di fuori dello schema classico uomo-donna: accetterà la vedovanza come condizione di necessità per la crescita ad affetto dimezzato (perdonate la banalizzazione). Quella la accetta sicuramente.
Ciò che non gli riesce proprio di accettare è che al binomio “naturale” padre-madre si affianchi l’eccezione uomo-uomo o donna-donna.
L’eccezionalità è rivoluzionaria, mina le certezze granitiche di uno schema imperturbabile, sconvolge mentalmente l’impostazione data dalla tradizione che si fonderebbe su una naturalità assoluta.
Eppure la natura non impedisce a due uomini di volere bene ad un figlio. Non impedisce nemmeno ad un figlio di ricevere l’amore di due madri. Non c’è un respingimento naturale: il bambino non subisce (lo dicono fior fiore di riviste scientifiche e, ancora meglio, migliaia di casi di “famiglie arcobaleno”) nessun trauma nella crescita.
Le divergenze che può riscontrare derivano non dal confronto che può fare tra la propria genitorialità e quella dei suoi coetanei, ma semmai dal pregiudizio che gli adulti istillano nei piccoli, magari anche indirettamente, con frasi mezze abbozzate. I bambini registrano tutto, tutto sentono e vedono e la loro attenzione è al massimo nei primi anni di vita.
Il passaggio del pregiudizio da genitore a figlio è frutto di un istante: il bambino, innocentemente, chiederà al suo amichetto: “Ma perché tu hai due papà?”.
E’ una domanda che non dovrebbe neppure nascere se non dalla libera spontanea osservazione del piccolo e non da suggestioni emotive e pregiudizi degli adulti.
E’ una domanda che ha diritto di esistere solo se proviene dalla curiosità del bambino. Nessuna spiegazione è mai colpevole di pregiudizialità se mette sullo stesso piano i diritti di tutti e l’amore che è libero, uguale e non vincolante alla morale cattolica o ad altre impostazioni e dottrine del comportamento umano.
La famiglia non si fonda sui legami di sangue, ma soltanto sull’affetto. E i diritti sono e devono essere sempre uguali per tutti, perché rispondono soltanto alla piena formazione dell’individuo e non alla tipologia di famiglia in cui è nato e cresciuto.
Ciò che importa è se è stato amato piuttosto che picchiato o ingiuriato. Ciò che conta non è la presunta perfezione naturale del ministro riguardo alla famiglia ma i valori a cui padri e madri si ispirano. Se si parte dal rispetto per ciascuno e per tutti, se la si smette di puntare il dito e di condannare, allora la società in cui si vive può dirsi civile. Altrimenti è solo un ennesimo luogo di crescita dell’iprocrisia.

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