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giovedì 14 giugno 2018

Riflessioni sulla situazione della classe operaia in Italia

Tre lavoratori morti ammazzati in pochi giorni: un bracciante, vittima delle condizioni schiavistiche create dalla pressione della grande distribuzione sulla produzione agricola gestita da mafie e caporali in Puglia e Calabria; un operaio delle Acciaierie venete investito da una colata di acciaio fuso e un operaio schiacciato da un muletto in Piemonte. Nel frattempo, un operaio della Fiat, licenziato insieme ad altri cinque colleghi per aver protestato contro chi ristruttura le aziende sulla pelle dei lavoratori – nel caso specifico dopo il suidicio di una cassaintegrata – si cosparge di benzina a Napoli e tenta il gesto estremo.


Queste le condizioni estreme del proletariato in Italia (punta dell’iceberg di una più generale condizione di impotenza, bassi salari, precarietà e  disoccupazione indotta) dove il numero di morti sul lavoro è tra l’altro il più alto in Europa. Dove il blocco sociale costituito dalla grande, piccola e media borghesia – benché occasionalmente in lotta come lo è oggi tra dominanti e subardinati alla ricerca di nuova alleanza – è organicamente unito nello scaricare i costi della crisi sui subalterni.

A riprova, a fronte di questa realtà sociale, ma evidentemente troppo tutelati, il nuovo governo mostra di conoscere i problemi dei lavoratori, di sentire i loro bisogni e sapere come proteggerli: abbassando le tasse ai ricchi e ai padroni, lasciando « libere » le imprese e i commerci da « lacci e lacciuoli ». Privilegiando i privilegiati. Mentre addita nell’immigrato il nemico “che ruba il lavoro, che deflaziona i salari” e nell’« Euro-tedesco » il nemico che « colonizza e opprime la nazione ».

C’è quindi, al di là e anche a causa di questo mascheramento ideologico, una reale emergenza operaia in Italia – stretta materialmente tra il giogo del padronato e ideologicamente dal ceto governativo-intellettuale nel suo discorso liberale a più varianti, con tutte le ricadute pratiche del caso -, che ci pare in pochi nella sinistra comunista in particolare, sembrano voler rilevare nella sua fondamentale importanza. Troppo presi da tempo a discutere e a seguire chi discute ex cathedra, economisticamente, dei massimi sistemi sovrastrutturali, con l’effetto di dimenticare di immergersi, anche teoricamente, nella situazione concreta della classe lavoratrice in Italia: nel suo essere cioè il polo che paga pegno alla necessità oggettiva di riproduzione e valorizzazione del capitale, sotto qualsiasi forma. E di fare sempre e comunque di questa consapevolezza e analisi di fondo il perno e il discrime fondamentale, e da essa prendere le mosse per un nuovo riscatto politico-culturale del mondo del lavoro e dei subalterni. Per tornare a rappresentare interessi sociali reali delle forze del lavoro.

Distorsione a tutto vantaggio della classe capitalista che impone così la sua agenda egemonica e conduce molti settori sedicenti “comunisti” o “di sinistra alternativa” a parlare nel merito e nel metodo degli effetti e non delle cause strutturali (quando non ci porta direttamente, seguendo questa impostazione, a scorgere possibilità positive nella nuova configurazione di governo, se non addirittura sulle posizioni scioviniste anti tedesche in nome di un malinteso interesse nazionale che non è altro che sollecitazione a prendere parte alla guerra di concorrenza contro un Capitale europeo più forte); della manifestazione occasionale del dominio del capitale e non della radici permanenti del potere che origina dai rapporti di produzione.

Non che questioni come l’UE e l’Euro – e i rapporti di potere e gerarchie nazionali che si ingenerano in un’Europa integrata – non siano di cruciale importanza. Nessuno può negare che l’apparato normativo dei Trattati e l’architettura in seguito definita e implementata dagli Stati sotto rapporti di forza favorevoli al capitale, non siano regole scritte al fine di perpetuare, approfondire, allargare e consolidare questi rapporti su scala continentale, per risottomettere il lavoro, nel contesto scaturito dal collasso del socialismo europeo.

Tuttavia, l’attenzione spasmodica, il focalizzarsi ossessivamente su di essi, staccandoli dalla totalità, risulta fuorviante: questi elementi perdono il loro senso di classe, per diventare altro, ossia argomenti di manovra (indipendentemente dalle intenzioni soggettive) per la costruzione di un discorso corrispondente a interessi proprietari in una prospettiva interclassista. Diventano anch’essi strumenti usati da alcune correnti culturali della borghesia contro il lavoratori, se non posti nel quadro ampio della generale e prioritaria questione sociale.

Una condizione che pur grida vendetta, quella operaia e del lavoro subordinato, da affrontare con una rigorosa critica sociale; una condizione cioè radicata, sembra ovvio ma occorre ribadirlo, nei più profondi rapporti economici, in una realtà sociale ridefinita dalla grande ristrutturazione capitalistica internazionale degli ultimi 40 anni, dal post fordismo, e dagli effetti di centralizzazione e circolazione dei capitali. Questo processo di aggiustamento e rilancio del ciclo di accumulazione del capitalismo mondiale si è tradotto dal punto di vista storico-sociale in un rovesciamento di segno della lotta di classe, agita dall’alto verso il basso, ad un accumulazione di forze per il capitale contro le forze del lavoro.

E i suoi esiti – a partire dalla frammentazione del mondo del lavoro, dal disarmo sociale dei soggetti antagonisti di classe, alla dispersione dei ceti disagiati, e allo speculare accentramento del capitale monopolistico in enormi conglomerati transnazionali che approfittano della mobilità estrema dei flussi – li scontiamo oggi e si manifestano in tutta la loro onnipotenza. Su queste basi sono sorte, sviluppate e si sono modificate delle forme politico-normative al livello internazionale, degli strumenti che ci sembrano più mostruosi del “vecchio” Stato stesso, poiché mostruosamente anti popolari in coincidenza con lo sviluppo delle forze produttive e tecnologiche e il disequilibrio acuto di forze tra le classi che lo ha accompagnato.

Anti-popolari (intendendo qui per “popolo”, le classi lavoratrici subalterne, il mondo del precariato e del part time, di tutti coloro che soffrono della scarsità indotta) poiché riflettono in ultima istanza il contenuto delle relazioni sociali e il rapporto di forza della fase odierna. Prima dunque si avanza nel percorso di ricostruzione dell’unità delle forze del lavoro – e questo procede dalla quotidiana lotta, esperienza, corretta prassi e giusta teoria al livello economico, culturale e politico – prima sarà possibile l’emergenza di una nuova consapevolezza e coscienza dei propri fini delle classi subalterne, che le sottraggano alla condizione di mere appendici e massa di manovra per gli interessi e progetti altrui, al fine di presentarsi come fronte unito dei lavoratori con un progetto e un’iniziativa autonoma di trasformazione sociale in prospettiva post-capitalistica.

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