BENVENUTI SU ITALIA-LIBERA

venerdì 29 giugno 2018

Riflessioni sulla povertà

Se non fosse per la drammaticità che i numeri si trascinano dietro, mi stava facendo sorridere la distinzione tra “povertà relativa” e “povertà assoluta”: la prima connota quei cittadini che rinunciano a determinate spese, quindi che riducono i consumi; la seconda invece è un indice di grave mancanza di soddisfazione dei più elementari bisogni primari.

La classifica della povertà è, indubbiamente, roba da statistica ma sembra non da statisti. Perdonate l’insulso gioco di parole, ma viene un po’ a pennello mettere a confronto chi sciorina i dati dell’aumento della miseria nel Paese e chi risponde alle cifre matematiche con proclami sul reddito di cittadinanza, ripetendo la stancante giaculatoria su una misura che viene mostrata come risolutrice per ogni situazione di disagio lavorativo. Almeno in apparenza.
Invece si tratta di un ammortizzatore sociale molto improprio che, però, non va accantonato. Semmai andrebbe concepito come strumento di inserimento nel mondo del lavoro attraverso una seria riforma dei centri per l’impiego, di concerto col sindacato e con le rappresentanze autonome dei lavoratori, dei precari e dei disoccupati.
L’Istat ci dice che, drammaticamente, nemmeno il lavoro riesce a dare una soluzione alla povertà estrema delle famiglie italiane: è la presenza di un pensionato che mette in stato di leggera tranquillità un nucleo di tre o quattro persone. Ma un capofamiglia che lavora non è detto che riesca a garantire a moglie e figli la fuoriuscita dal conteggio del proprio ambito di vita nel calderone di una delle due povertà.
Sono quasi dieci milioni gli italiani che sopravvivono nel regime di “povertà relativa”. Sono esponenzialmente aumentati a oltre cinque milioni quelli che invece sono completamente indigenti.
Stiamo parlando di bisogni considerati “primari” e di famiglie “assolutamente povere” che per il 27% sono quelle straniere residenti in Italia: quasi una su tre.
Se anche il reddito di cittadinanza portasse un po’ di sollievo a questo enorme disagio sociale, bisognerebbe che Di Maio anzitutto scavalcasse l’ostacolo rappresentato dalle posizioni espresse dal ministro dell’economia Tria che non intende mettere a bilancio un euro nel 2018 per la misura principe del movimento pentastellato.
Se ne riparlerà nel 2019. Ma per capitalizzare il consenso politico è necessario che il reddito in stile grillino parta da questo anno.
Come la prenderebbe Salvini sapendo che una larga parte di questo reddito andrebbe a famiglie straniere?
I dilemmi all’interno del governo, per fortuna, sono tanti e lasciamo che lo siano, visto che fino ad ora le certezze hanno alimentato soltanto paure diffuse, fobie incontrollate ed un clima di razzismo e xenofobia che sta cambiando sociologicamente parlando il volto (anti)culturale del Paese.
Però noi comunisti, noi di sinistra, qualcosa dovremmo dire e fare in merito: non basta l’assistenzialismo mutualista. E’ utile, caritatevole ma non risolve il problema di riagganciare le esigenze e i bisogni di questi milioni di proletari moderni.
Le misure economiche stabilite dai governi liberisti saranno elemosine a tempo (il “REI”, tra queste…) e comunque la destra cavalcherà con grande impeto il disagio per dimostrare ancora una volta che lo straniero ci ruba il lavoro e le risorse per poterlo riattivare.
La sinistra di alternativa non ha una linea sindacale, non ha collegamento con un unico sindacato, disperde da anni le sue energie analitiche e pratiche e si arrotola in un pantano di congressi e costituenti per definire programmi incompatibili. Non c’è nessuna ricerca di un comune denominatore, anche minimo, per poter unire un fronte del dissenso verso il governo, del contrasto verso tutte le destre, dell’opposizione al finto socialismo di chi proclama il primato dell’italianità davanti ai bisogni generali e singoli: prima l’origine etnica, poi i diritti sociali e civili.
Sembra non esserci da parte nostra risposta alcuna in merito: abbiamo fatto una disamina della creazione del debito pubblico, abilmente utilizzato come fenomeno di rigonfiamento delle paure degli italiani, legandole indissolubilmente al fenomeno politico europeo e sembra in giro non esservi traccia dello scontro tra padroni e lavoratori, tra sfruttati e sfruttatori.
Lo sfruttamento esiste, la povertà avanza a ritmi serrati, ma la colpa sembra del povero, dello sfruttato stesso, del migrante. I morti di e sul lavoro aumentano a dismisura, sono oltre 350 dall’inizio dell’anno e aumenteranno ancora non perché noi siamo degli iettatori, ma perché non c’è nessuna protesta nazionale per quanto riguarda le condizioni lavorative nel Paese.
Le vertenze sindacali sono scollegate fra loro e non c’è uno sciopero generale da quanto tempo…?
Su tutta la linea, sociale, sindacale e politica, dunque, prevale l’ideologia liberista di una pace sociale fondata sulle macerie; un istinto di sopravvivenza reso vita stessa, abitudine consolidata.
Occorre scandalizzare questa sicurezza di impostazione della non-vita delle persone: occorre farlo con progetti e programmi di rovesciamento della logica della precarietà e tornare a chiedere stabilità nel tempo, sicurezza sul lavoro e garanzia di sussistenza quando questo viene a mancare.
Occorre farlo capovolgendo le politiche di privatizzazione fatte sino ad oggi, cancellando davvero e non per finta il Jobs act e la Legge Fornero, rimettendo in moto un meccanismo di competizione tra pubblico e privato che costringa questo ultimo a non fondare le proprie certezze sull’assenza dello Stato in economia, sulla sua subalternità alla logica del profitto.
Ma per fare questo serve una nuova linea rossa di congiunzione attiva e reattiva tra moderni proletari, la “classe” degli sfruttati dunque, il sindacato “di classe” e una sinistra “di classe”. Quanta classe… che non c’è… O meglio: c’è ma non sa di esserci. Rileggere Marx aiuterebbe: “classe in sé” e “classe per sé”.
Dopo quasi due secoli è tremendamente attuale.

0 commenti:

Posta un commento