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lunedì 18 giugno 2018

La suoerpolizia di Salvini: impunità e pistola taser

Salvini rassicura la polizia: niente codice alfanumerico ma arrivano le pistole taser, armi non letali ma che fanno un mucchio di morti. «Il mio obiettivo – proclama Salvini – è non mettere il numero sui caschi dei poliziotti che sono già abbastanza facilmente bersagli dei delinquenti anche senza il numero in testa. Mi sembra che fossero disponibili ad avere una telecamera». Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, conversando con i giornalisti a Montecitorio, paga la cambiale con quei settori di polizia e forze dell’ordine che hanno votato per la Lega.


 Non fa che ripetere quello che i sindacati di polizia ripetono da 17 anni da quando, dopo i misfatti di Genova, qualcuno ha osato avanzare la proposta di un numero identificativo sulla giubba di chi opera travisato mentre è in “ordine” pubblico. Un codice alfanumerico che consentirebbe a un gip di identificare l’autore di un abuso, una pratica così fondativa dei comportamenti polizieschi da fari inorridire gli addetti ai lavori che non esitano a definirla un marchio come quello delle bestie. Si tratta di congreghe balzate agli onori della cronaca per la copertura totale ai comportamenti criminali e omicidi come quello dei quattro agenti ferraresi condannati in tre ordini di processo per l’omicidio di Federico Aldrovandi. Stiamo parlando di piccoli e grandi sindacati di polizia: il Coisp (che ha denunciato anche il vostro cronista per quanto è allergico al diritto di cronaca) e il Sap che ha sommerso di applausi i quattro di Ferrara ed è riuscito a spedire in Senato il suo leader Tonelli che ha ispirato le promesse di Salvini all’inizio di questo articolo. Inutile dire all’inquilino del Viminale che quella cifra ce l’hanno perfino i poliziotti turchi che, in quanto a ferocia, non sembrano secondi a nessuno. E che spesso sono immortalati a compiere abusi con lo scotch che copre quei numeretti.

Tutto ciò ventiquattr’ore prima che Salvini voli a Genova dove farà visita al sovrintendente di polizia Paolo Petrella colpito da alcune coltellate durante un intervento per un tso sul ventenne poi ucciso da un collega del poliziotto. Anche il capo della polizia è stato lì e da lì ha intonato un cavallo di battaglia di Tonelli, l’inno alle pistole taser, aggeggi che le Nazioni unite considerano mezzi di tortura e che farebbero un figurone in un paese dove la tortura è punita da una legge finta.

All’indomani delle insorgenze no global un numero crescente di governi europei ha iniziato a dotarsi delle cosiddette “armi non letali” per contrastare le proteste. Francia, Svizzera, Germania e Spagna e infine l’Italia che inizierà la sperimentazione come da avviso di Gabrielli. Si tratta di ordigni e munizioni che agiscono sul sistema nervoso senza provocare la morte o infermità permanenti. Almeno dovrebbero, visto che Amnesty internazional e altre agenzie per i diritti umani cercano da anni di sfatare il mito della supposta “non letalità” di quelle armi semplicemente contando i morti, in Canada e States, causati dall’uso di vari tipi di pistole Taser, capaci di scaricare migliaia di volt a 8, 30 e, presto anche a 100 metri. Un rapporto di Amnesty di una decina di anni fa ne contava 290 nei sei anni precedenti. Cifra approssimata per difetto. Il governo tedesco, al vertice G8 di Rostock del 2007, ammise candidamente che quelle armi servivano a «un più ampio raggio di azione eliminando la possibilità di reazione da parte dei manifestanti ribelli». Parole di Friedhelm Krueger-Sprengel, alto ufficiale al ministero della Difesa di Berlino. Già in una conferenza del 2006, dal titolo “Il futuro della sicurezza”, un dirigente del ministero di Giustizia, Kay Nehm, aveva profetizzato l’aumento delle proteste «radicali, estremiste e terroriste» con l’aumento del divario «tra ricchi e poveri». Tradotto con le parole di “Medico International”, una ong tedesca, significa che i governi nordamericani ed europei stanno aumentando il loro carattere repressivo: «Lo sviluppo di quelle armi tende a blindare l’ineguaglianza sociale e a negare ai più poveri la possibilità di manifestare il loro scontento. Il controllo dei movimenti sociali si fa perenne».

Il giro d’affari che ruota attorno ai taser è milionario. La Axon Enterprise, unica azienda produttrice di questa pistola elettrica, ha una capitalizzazione di mercato di circa 4 miliardi di dollari. La stessa azienda fino a poco tempo fa si chiamava Taser International, ma ha deciso di cambiare nome per un fatto di immagine. Secondo gli ultimi dati diffusi (che sono quelli relativi al 2016), la divisione di Axon che produce pistole elettriche vale il 76% delle entrate totali. Il 24% rimanente, invece, arriva dal nuovo business messo in piedi da Axon, quello relativo alle microtelecamere da installare su pattuglie e divise dei poliziotti. I taser, nel 2016, hanno portato nelle tasche di Axon 268 milioni di dollari. Oggi queste pistole sono usate in 107 Paesi in tutto il Mondo (tra questi Stati Uniti, Canada, Australia, Brasile, Nuova Zelanda, Kenya, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Repubblica Ceca e Finlandia) e costano in media 1.200 dollari l’una. Su Amazon.com (dunque lo store americano) sono disponibili pistole taser di piccola portata a 297 dollari.

Negli Usa, Steve Martin, ex consulente del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti denunciò che i Taser hanno “un alto potenziale di abuso” dietro le sbarre. In Francia, dieci anni c’erano già 3mila agenti equipaggiati con le Taser ma anche la polizia municipale, dopo le rivolte delle banlieues. In Svizzera, si adoperano a scapito dei migranti “clandestini”. Di armi non letali esiste, ormai, un catalogo piuttosto vario capace di procurare vari tipi di paralisi, irritazioni, ferite e infiammazioni che i produttori giurano essere solo temporanee. Parigi ospita addirittura un Salone mondiale sulla sicurezza interna degli stati.  In Italia un tentativo di introdurle fu fatto ai tempi della preparazione del G8 del 2001, una coproduzione tra il governo Amato e il governo Berlusconi. All’epoca venero organizzati corsi segreti, con istruttori Usa, a cui parteciparono a scaglioni tutti i 5.650 celerini dei 13 reparti mobili italiani, a Ponte Galeria, ossia dietro il Cpt di Roma. Dovettero intervenire alcuni sindacati di polizia per fermare in parte la sperimentazione delle nuove armi che alcuni sindaci vorrebbero per i propri vigili e che fecero irruzione sulla scena pubblica nelle strade del luglio genovese del 2001: gli spray urticanti, i gas Cs eccetera.

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