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mercoledì 6 giugno 2018

E se populistizassimo anche noi?

Praticamente tutti i mezzi di informazione definiscono “populista” il governo Salvini-Di Maio, nato in questi giorni dopo un lungo e apparentemente sofferto travaglio. Ma cosa significa esattamente questo aggettivo? come si traduce in politica?  Per me il governo Salvini-Di Maio è decisamente un governo reaziomario di destra; e questo mi basta per considerarmi all’opposizione.

Ma cosa significa populista? vuol dire che i membri di questo governo fanno parte del popolo? Mi pare non sia questa l’accezione considerata. Negli stessi giorni in cui Lega e M5s tentavano di fare il governo, i giornali hanno scatenato una durissima polemica contro il presidente del consiglio incaricato perché aveva un po’ gonfiato il proprio curriculum. Al di là di qualche esagerazione, il curriculum di Giuseppe Conte non è affatto quello di un uomo del popolo: è un professore universitario, che insegna anche in un ateneo privato, finanziato da Confindustria, è un uomo che negli anni ha accumulato incarichi e che ha coltivato relazioni, anche Oltretevere. Un altro esempio: il governo Salvini-Di Maio ha concretamente rischiato di non vedere la luce, perché i partiti che lo sostengono volevano come ministro Paolo Savona. E Savona è un uomo del popolo? Si tratta di un anziano ex professore universitario, che nella sua lunga vita ha avuto moltissimi incarichi pubblici, fino a diventare ministro in un governo, quello di Ciampi, che si caratterizzò per l’alta provenienza dei propri membri; e poi Savona ha seduto in tanti consigli di amministrazione, anche lui ha lavorato tanti anni per Confindustria. Curiosamente gli stessi giornali criticano i due leader di partito entrati al governo perché sono giovani dallo scarno curriculum: nessuno dei due è riuscito a completare l’università e nessuno dei due ha mai avuto un lavoro prima di cominciare a fare politica. Salvini e Di Maio sì che possono rappresentare, molto meglio di altri, le persone che ciascuno di noi frequentemente incontra e con cui abbiamo relazioni. Eppure non siamo contenti. Quante polemiche abbiamo fatto nella scorsa legislatura perché il ministro dell’istruzione non era laureata?
Non sarà che il problema è che molti di noi che scriviamo di politica, che ne proviamo a interpretare i cambiamenti e che abbiamo perfino la pretesa di indirizzarli, non siamo affatto populisti, perché abbiamo smesso da tempo di parlare con il popolo? Ho sempre considerato grevemente propagandista la polemica verso i politici che non sanno rispondere alla domanda su quanto costi un litro di latte – si può governare benissimo senza saperlo, così come si può essere ottimi ministri senza essere andati all’università – ma credo sia un problema grave se chi deve rappresentarci non sa quanto pesi sul bilancio di una famiglia la rata di un mutuo a tasso variabile o che calcoli debba fare una coppia prima di decidere se avere un figlio o cosa significhi trovarsi all’improvviso un genitore anziano da accudire. E forse noi siamo stati politici inadeguati – per usare un eufemismo – anche perché, forti delle nostre belle lauree incorniciate in salotto, garantiti da un lavoro, magari pubblico, con in banca un piccolo salvadanaio, abbiamo smesso di capire cosa stava avvenendo nella società. Tanto che ci siamo convinti che alle persone bastassero i diritti civili e che anzi questi fossero vissuti una conquista della sinistra, anche prima dei diritti sociali, che noi certamente avevano raggiunto, ma da cui tantissimi erano allora – e lo sono tanto più oggi – esclusi.
Nei prossimi cinque anni vorrei evitare che il dibattito fosse incentrato sugli orrendi calzini di Salvini o sulle incertezze grammaticali di Di Maio – che peraltro sono elementi che li rendono simpatici alle persone, che procurano loro molti voti – ma appunto sulla concreta condizione di vita del popolo, anche per non lasciare le persone in balia o dei fascisti o dell'”amico del popolo” del Foglio, che, non essendo costretto a bagni continui come Marat, può imperversare in qualsiasi salotto televisivo, o del nostro Savonarola napoletano, che ci promette la salvezza se acquisteremo i suoi libri.
E se anche noi a sinistra cominciassimo a essere populisti? Intendiamoci bene, diventare populista per chi si considera comunista – o anche solo di sinistra – non significa dire quello che la maggioranza delle persone vogliono sentirsi dire. E’ quello che ha fatto Berlusconi, è quello che ha fatto renzi, è quello che abbiamo fatto anche noi in tanti momenti tragici della recente cronaca politica. Le persone non vogliono pagare le tasse e allora diciamo che abbasseremo le tasse, e le abbiamo effettivamente abbassate quando eravamo al governo; le persone dicono che vogliono più sicurezza e noi diciamo che metteremo in galera i clandestini, e quando abbiamo governato abbiamo creato delle prigioni solo per loro, e potrei andare avanti a lungo. In questi venticinque anni noi abbiamo sistematicamente fatto quello che voleva la maggioranza dei nostri concittadini, anche quando era sbagliato, soprattutto quando era sbagliato, ma lo abbiamo con affettato snobismo, usando parole difficili, senza mai farci capire. Salvini e Di Maio, nel loro scorretto italiano, che è lo stesso che parlano i nostri concittadini, fanno le stesse cose che abbiamo fatto noi, andandoci giù più pesante, e si fanno capire.
A noi fa schifo andare al McDonald’s come fa Salvini, preferiamo gli hamburger cucinati con prodotti a chilometro zero, accompagnati da birra artigianale, ma intanto le persone ruttano insieme a Salvini, dopo aver bevuto un bicchiere enorme di Coca e una maxi porzione di patate fritte.
E se provassimo a dire in maniera semplice – magari non ruttando, ma facendoci davvero capire – che le tasse bisogna pagarle, anche quella sulla casa dove abitiamo, che le persone che vengono da altri paesi stanno peggio di noi,  che uscire dall'euro ci porterà noi alla rovina non i ricchi e così via, sconfessando tutto quello che abbiamo detto in questi venticinque anni, non dicendo alle persone quello che vogliono sentirsi dire, ma quello che pensiamo sia il modo per uscire da questa crisi. Dobbiamo dire le nostre idee, se le abbiamo.

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