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lunedì 7 maggio 2018

Test Invalsi e alternanza scuola-lavoro: benvenuti nella scuola degli oppressi

La questione che si vuole sollevare nel breve documento che segue parte dalla necessità di analizzare uno strumento di valutazione introdotto nel 2002 come progetto a base campionaria, anonimo e con un unico fine statistico. I test, inizialmente, erano previsti per le classi seconde e quinte delle scuole primarie. Questo strumento ha poi subíto un processo di trasformazione tale che dal prossimo anno scolastico (2018/19) lo vedremo introdotto all’esame di stato, più  precisamente andrà a sostituire la terza prova della maturità.
Lo strumento a cui ci riferiamo è quello dei test invalsi, acronimo di Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione. È importante quindi andare a ricercare quale sia il disegno politico che ha condotto questo modello ad assumere sempre più rilevanza all’interno delle scuole di ogni grado.

La prima grande innovazione riguarda il numero di prove che non saranno più quattro, bensì tre: due scritte (una nazionale di Italiano, una caratterizzante del proprio corso di studi) e un colloquio orale. Abolita, dunque, la temuta terza prova o “quizzone”. Cambia anche il valore di ciascuna di esse: si passa da un massimo di 15 punti (per le prove scritte) e di 30 (per quella orale) ad un massimo di 20, senza distinzione del tipo di prova.

Il mondo della formazione in Italia, come da tempo ci teniamo a sottolineare, è sempre più volto all’acquisizione tecnica di competenze funzionali alle esigenze del mercato. Per questo possiamo parlare di una vera e propria “scuola di competenze”. Con questo termine intendiamo la svalorizzazione de pensiero critico e delle materie umanistiche (che infatti stanno subendo un arretramento progressivo pesantissimo).

 I ragazzi si trovano ad essere giudicati in base a tirocini che nascono col fine di chiarire loro le idee in campo lavorativo, ma che creano l’effetto opposto, cioè la consapevolezza di esser sfruttati dall’azienda per cui sono stati tirocinanti. D’altronde, come possono attività come mettere in ordine un magazzino, rispondere al telefono, timbrare e fare fotocopie interessare uno studente con, si spera, ben maggiori aspettative per il futuro? La verità è che la scuola “renzizzata” assume un’identità del tutto inusuale, quella di fabbricare lavoro gratuito e sfruttamento per cercare quasi di far capire agli studenti che è così che funziona, che in Italia bisogna accettare qualsiasi lavoro, anche gratuito, se con la promessa di formarsi e sperare in un posto migliore. L’Alternanza Scuola-Lavoro è una sintesi di quello che li prospettano per il futuro, che inculca in maniera indiretta e velata l’idea di rassegnazione e di oppressioni.
Per quanto riguarda il metodo di valutazione si va incontro a una standardizzazione sempre maggiore che va progressivamente a sganciarsi dal processo educativo; ne sono un esempio la rilevanza data al voto sull’esperienza di alternanza e dei test invalsi. Infatti dietro a una volontà dell’istituto Invalsi di promuovere l’uguaglianza si nasconde l’idea anti-pedagogica del test: ossia quella che possa esistere uno studente “standard” da prendere come modello e da inserire in una brutale competizione già dai 7 anni di età.
In un documento dell’istituto si legge a questo proposito che “le prove standardizzate sostengono e favoriscono l’equità del nostro sistema scolastico”.
Noi crediamo invece che questo metodo di valutazione favorisca piuttosto l’annichilimento del ruolo del docente.
Infatti l’Invalsi va a misurare i risultati dei singoli studenti rilasciando una vera e propria certificazione delle competenze acquisite rispetto alla quale i docenti non hanno potere di giudizio o d’intervento.
Ciò che le prove esigono è una ristrutturazione della metodologia didattica che vada ad assumere il ruolo di didattica delle competenze.
Infatti la certificazione invalsi va a valutare prevalentemente l’assimilazione di un metodo e non di contenuti culturali.
In questo senso i docenti sono forzati a rivisitare il proprio metodo didattico e di conseguenza viene violato il principio costituzionale della libertà di insegnamento.
Uno degli aspetti forse più gravi della trasformazione della scuola pubblica italiana è quello che vede riprodurre sin dall’infanzia i modelli di una società disgregata e manageriale. Non si promuove il pensiero critico ma si va a fare apparire come naturali alcune trame sociali che sono invece il prodotto di un sistema di mercato non più controllato.
L’istituto invalsi che, nel documento citato sopra, si pone come paladino dell’uguaglianza di fatto incentiva un modello sociale che esprime il massimo grado di disuguaglianza che il capitalismo conosca.
È chiaro quindi che gli strumenti dell’alternanza scuola-lavoro e delle prove Invalsi (decisamente di centrale importanza nella riforma scolastica 107/15 di Renzi) siano le ultime tappe dell’educazione per competenze, volta a creare la manodopera flessibile e precaria di domani.
La logica delle competenze penalizza i saperi. Ciò è normale perché servono i saperi per cambiare il mondo, per leggere il presente e immaginare una società diversa. Servono i saperi per organizzarsi e ribellarsi allo sfruttamento.

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