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giovedì 24 maggio 2018

Non ci fidiamo del governo (fantoccio) Conte

Non ci sarà nessun governo Conte. Ci sarà il governo Di Maio-Salvini, un ticket, un tandem, una co-premierato che solo per esigenze costituzionali – la carica di presidente del Consiglio non si può dividere a metà – ha dovuto mettere in campo un altro soggetto e affidargli la sua rappresentanza formale. Lo si sapeva già prima, certo, ma nessuno poteva aspettarsi che il concetto fosse sottolineato con tanta spregiudicatezza subito dopo l'uscita dallo studio del capo dello Stato. «Nasce la Terza Repubblica», ha detto ieri Di Maio: ecco, la rupture di ogni codice mai visto prima conferma che davvero ci stiamo addentrando in territori nuovi, dove i processi decisionali vengono riscritti de facto, senza bisogno di riforme costituzionali.



Messa così, appare abbastanza chiaro che “il contratto di programma” condiviso da Lega e Cinque Stelle troverà ostacoli ad ogni passaggio, sia sul piano istituzionale – Mattarella ha già avvertito Conte: “ci sentiremo spesso” – che su quello dei mercati finanziari. Anzi, lo stesso Sorgi prevede che “La vera opposizione la faranno i mercati, allarmati da quel che potrà accadere, impegnati a guardare con la lente di ingrandimento le prime mosse del professor Conte e dei suoi ministri, e soprattutto, in assenza di messaggi chiari, pronti a firmare vendite in blocco dei nostri titoli di stato, cosa che si ripercuoterebbe immediatamente sui risparmi degli italiani.”

I fucili puntati sui governi nascenti, in Europa, non sono una novità. Ma è la prima volta che un paese di grande peso economico “cade” nelle mani di partiti considerati euroscettici fino a poche settimane fa. C’è da dire che i Cinque Stelle in versione Di Maio si stanno sbracciando fin dal 5 marzo per far dimenticare il loro passato (al parlamento di Strasburgo avevano fatto gruppo insieme all’Ukip di Farage). Mentre Salvini non perde occasioni per bilanciare frasette rassicuranti con sparate sull’”orgoglio italiano” ora ritrovato grazie a lui.

Le nomine dei ministri più importanti su questo fronte – economia ed esteri – chiariranno in buona parte la dimensione dello “strappo” che la nuova maggioranza intende fare rispetto agli assetti consolidati dell’establishment.

Ma più ancora delle facce conteranno i primi atti di governo, su cui si va già scatenando la canea dei “restroscenisti”.

L’unico punto fermo, sul piano politico continentale, l’ha messo intanto il vice presidente della Commissione Europea, Valdis Dombrovskis: “Il governo si sta formando. Per ora posso solo dire che è importante mantenere la rotta di politiche di bilancio e macroeconomiche responsabili”. Oltre a “raccomandare” quella correzione da 15 miliardi…

Ad accompagnare la “raccomandazione” viene la costante risalita dello spread tra titoli di stato italiani e tedeschi, arrivato a sfiorare i 200 punti per poi ridiscendere – stamattina – intorno ai 180, in seguito alle dichiarazioni di Conte proprio sul “mantenimento della posizione internazionale” dell’Italia. Ossia la promessa di rispettare sia i diktat che le “raccomandazioni provenienti da Bruxelles, Francoforte e Washington.

Ma delle due, l’una. O il governo Conte si muoverà nel solco della “continuità” con i governi precedenti, abbandonando di fatto sia le pretese di “svolta” che il “contratto di programma”, oppure dovrà cercare di fare alcune delle cose promesse sul piano economico. Perché sarebbe comunque difficile mantenere il consenso popolare premendo soltanto sul pedale delle misure a costo quasi zero (più poteri alle polizie, più espulsioni di immigrati, più sgomberi di immobili occupati, ecc).

In assenza di una opposizione parlamentare credibile (berlusconiani e renziani possono solo tacere o fare battute senza spessore, perché sbandierare l’austerità e il pareggio di bilancio non porta voti), giustamente c’è il rischio che “la vera opposizione” la facciano “i mercati”, sanzionando o premiando singole scelte del prossimo governo.

Spetta a noi evitare che questo quadro si consolidi. E l’unica strada che possiamo percorrere è quella vietata sia ai mercati che ai berlusconian-renziani: il conflitto sociale. Ragioni di mobilitazione e bisogni sociali non mancano; anzi, l’elenco può apparire persino troppo lungo.

Il voto popolare del 4 marzo ha sancito la distruzione del vecchio sistema di rappresentanza politica proprio perché percepito come di un sistema di potere economico indifferente o nemico dei popoli, fonte di scelte politiche – l’austerità – che hanno aggravato le conseguenze della crisi globale colpendo gli strati più deboli della popolazione. Il nuovo assetto appare agli occhi degli elettori una “novità”, il che potrà garantire magari qualche mese di “luna di miele”. Poi sarà la forza delle cose far pendere la bilancia in un’altra direzione.

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