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lunedì 21 maggio 2018

Legge 194. È la nostra libertà (delle donne) a fare paura. DIFENDIAMOLA

Il 22 maggio del 1978 fu approvata la Legge n. 194 per l’interruzione volontaria della gravidanza che ha decriminalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto. Una vittoria dopo molti anni di lotta in particolare dell’allora Movimento di liberazione della donna, delle tante realtà femminili e femministe, e del Partito radicale.



L’interruzione volontaria di gravidanza era, prima del 1978 e in qualsiasi sua forma, considerato dal codice penale italiano un reato. In particolare nel suo art. 546 secondo cui la donna che ricorreva all’aborto era punita con la reclusione da 2 a 5 anni, la stessa pena spettava anche a chi glielo procurava; eppoi nel suo art. 547, secondo il quale procurarsi l’aborto da sola era punito con la reclusione da 1 a 4 anni. Da cui le molti morti di donne che non chiedevano aiuto agli ospedali dopo essersi procurate un aborto andato male.

A distanza di quarant’anni, anche se le donne non rischiano più il carcere, la corretta applicazione della Legge 194 è messa quotidianamente a rischio dall’art. 9 della stessa legge che prevede l’obiezione di coscienza da parte di medici e paramedici che complessivamente, in Italia, superano il 90%. Al punto che persino il Consiglio d’Europa ha riconosciuto e ripreso l’Italia per violazione dei diritti umani delle donne che intendono interrompere una gravidanza.

CON IL CAMBIO DI QUADRO dopo le elezioni, e la nuova maggioranza Cinquestelle-Lega, insomma questi movimenti rischiano di uscire dalla nicchia di ultras cattolici e di influenzare le decisioni politiche dei prossimi anni. Le tesi restano sempre estreme, ma il linguaggio, si è raffinato per conquistare un pubblico più largo, facendo prima di tutto ricorso alla stessa terminologia dei diritti umani. Basti pensare al manifesto affisso a Roma, “aborto prima causa di femminicidio”: ricorre a un termine che ha oggi larga fortuna, e si appoggia strumentalmente alle giuste campagne contro gli aborti imposti in alcuni paesi dove si vuole la nascita di soli maschi.

C’è un movimento culturale sempre più forte e insidioso che cerca di depotenziarla e smontarla dall’interno. Ad esempio reclamando figure che negli ospedali spieghino alle donne i possibili danni di un aborto: informazione che già la legge assicura nel modo corretto, in realtà. E non utilizzano più solo l’argomento del danno al nascituro, ma – come è avvenuto in un convegno dei Provita fatto in aprile con Lega e Fdi al Senato – adesso si concentrano sui possibili danni fisici e psichici per le donne. Così si conquistano sempre più vaste fasce di pubblico.

I reiterati attacchi alla 194 e alla sua applicazione, non ci può fare paura l’oscena propaganda che si sta scatenando in questi giorni contro questa legge, che pretende di mostrare le donne come assassine.


Dobbiamo esigere quindi la corretta applicazione della Legge 194. Non solo per difendere un sacrosanto diritto, ma anche per andare oltre. Le donne reclamano metodi di contraccezione gratuita per evitare gravidanze indesiderate e, soprattutto, la libertà di scelta sui corpi delle donne. In particolare denunciano la responsabilità di Stato e Regioni rispetto alla continua violazione del diritto alla salute riproduttive. Anche questa è violenza di genere, cari medici obiettori “che ha raggiunto una media del 70% con punte del 90 in alcune regioni.
SI denuncia anche che, su 654 strutture dotate di reparti di ostetricia e ginecologia, soltanto 390 effettuano interruzioni di gravidanza, di conseguenza l’interruzione volontaria in Italia è sempre più ostacolAto.

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