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giovedì 17 maggio 2018

Gaza, l'ennesimo massacro di palestinesi

In queste ore a Gaza si stanno tenendo i funerali dei 61 morti, tra cui 8 bambini e una neonata di 8 mesi asfissiata dai gas lacrimogeni israeliani durante le manifestazioni di ieri al confine tra la Striscia e Israele, più di 3000 i feriti.
Manifestazioni con cui i palestinesi stanno protestando contro il trasloco dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme e per esigere il ritorno dei rifugiati o dei loro figli, costretti all’esodo nel ‘48, dopo la nascita di Israele. Un esodo che i palestinesi ricordano come la Nakba, la catastrofe. Dall’inizio della Marcia per il Ritorno i cecchini israeliani hanno ucciso così un totale di 102 palestinesi, la conta dei feriti ha superato i 6000. Tra le vittime di ieri anche personale sanitario, soccorritori, giornalisti, molti giovani e donne.

La Marcia del Ritorno, partita il 30 marzo, doveva finire oggi, ma Hamas ha fatto sapere che le manifestazioni continueranno anche per il periodo del Ramadan che inizierà dopo domani.
I palestinesi della Cisgiordania oggi ricorderanno le vittime per le quali sono stati indetti tre giorni di lutto, scuole e esercizi pubblici chiuse, e nel pomeriggio ci saranno manifestazioni a Betlemme, Ramallah, Hebron e Nablus contro le quali le forze israeliane stanno mettendo in campo ingenti sistemi di sicurezza.
Il timore di un nuovo massacro è forte, la Lega Araba ha chiesto alla comunità internazionale di fermarlo. In giornata si riunirà il Consiglio di sicurezza dell’ONU e Amnesty International ha definito “aberrante” l’uso della forza da parte di Israele.

Quello che si sta raccogliendo in queste ore è l’interesse degli estremismi, non solo quelli di Hamas perché l’estremismo di Benjamin Netanyahu e Donald Trump non è da meno e ben più ben armato. E’ profitto classico degli estremisti che quando seminano il loro obiettivo, che è appunto quello di creare tensioni, poi raccolto questi frutti senza che nessuno li condanni.

Con la decisione di trasferire l’ambasciata Usa a Gerusalemme, Trump ha definitivamente chiarito, se ci fossero dubbi, che gli Stati Uniti non possono e non hanno diritto ad essere mediatori di un processo di pace nella regione. In realtà è da quanto esiste il cosiddetto processo di pace, che gli Stati Uniti non sono mai stati mediatori equidistante, prima di tutto venivano gli israeliani poi, eventualmente, i palestinesi. Trump non può più essere mediatore, né il suo giovane genero Kushner che di Medio Oriente non sa niente e, cosa più grave, la sua famiglia finanzia una organizzazione estremista di coloni israeliani. Sarebbe bello lo diventasse l’Europa, ma non può perché respinta da una delle parti in causa, Israele, e soprattutto perché l’UE non ha una politica coerente né un peso interazionale.

L’Onu farà l’ennesima dichiarazione di condanna, altri paesi prenderanno le distanze dalle scelte difensive di Israele, la solidarietà farà altre giuste manifestazioni di protesta contro Tel Aviv (a Roma, oggi pomeriggio, Bds ha organizzato un sit in davanti a Montecitorio), ma la sensazione è che il popolo palestinese sia sempre più solo e si esporrà sempre di più al fuoco israeliano nella speranza di rendersi visibile. E lo sarà, almeno per qualche giorno dopo un massacro, ma i colori della speranza diventano sempre più sbiaditi.

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