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domenica 20 maggio 2018

ECCO LA VERSIONE FINALE DEL #CONTRATTO #M5SLega: uno schifo per il Paese e un tradimento per il SUD

Non è una lettura ideologica quella che fa parlare di un Governo che si presenta come spiccatamente reazionario E vergognoso, ma è la stessa lettura del programma definitivo a suggerire tale affermazione.


Il partner principale, ribaltando totalmente quelli che sarebbero dovuti essere i rapporti di forza stando agli esiti elettorali, sarà proprio il partito di Matteo Salvini, che inserisce nel programma praticamente tutte le questioni chiave della sua visione di governo del paese.

Dei pochi spot dal sapore vagamente progressista, di cui si è fatto vanto il movimento nella sua contraddittoria, ma efficace, macchina di propaganda, non resta che una scatola vuota se non addirittura una completa abdicazione: si guardi ad esempio alla lotta per l’acqua pubblica, derubricata a mera questione di ammodernamento della rete idrica, senza alcun cenno al processo di privatizzazione nella gestione del servizio idrico in atto da anni, tradendo così l’esito referendario.

Per non parlare del No-Tav, dove viene semplicemente cancellato dal programma l’annunciato stop ad una delle opere più costose e dannose della storia del nostro paese.

Sul piano delle misure economiche poi, parliamo di vera e propria fantascienza, degna del mio libro di Asimov: tutte le misure annunciate non prevedono alcun tipo di copertura, se non alcuni escamotage (richiesta unilaterale del taglio del debito pubblico alla BCE, accesso al Fondo Sociale Europeo) che in questo contesto non hanno quasi senso logico, oltre ad essere praticamente infattibili. Nei fatti risulta quasi superfluo addentrarsi su questa parte del programma, dove viene tra le altre cose mantenuta l’odiosa proposta leghista della Flat Tax (appena rivisitata in senso progressivo per non risultare anticostituzionale) che è forse la formula più regressiva possibile sul piano fiscale, e non a caso era un cavallo di battaglia della Lega Nord.

La Legge Fornero non viene più abolita ma appena rivisitata (con quali risorse, poi?), così come viene salvato l’impianto della “buona scuola”.

Il Jobs Act non si tocca, di reintrodurre l’art.18 neanche se ne parla, ma si prevede l’introduzione di un salario minimo orario (si reintroducono i voucher per il lavoro a chiamata), e presunte “politiche attive” per l’occupazione. Della concertazione sindacale tuttavia non si fa neanche cenno, quasi a voler preludere a una visione corporativista e dirigista dell’economia.

Assolutamente fattibili sul piano pratico sono invece i provvedimenti riguardanti la gestione dei migranti, la regressione sui timidi passi avanti di questi anni sui diritti civili, l’addestramento in chiave anti-terrorismo di tutto il corpo di polizia, l’applicazione di telecamere di ordinanza incorporate nelle divise degli agenti ma, ovviamente, nessun provvedimento per rendere individuabile l’agente stesso nel caso di presunti abusi in servizio.

Sui migranti poi, oltre alla stretta su tutte le ONG, si parla di superare Dublino (che sarebbe sacrosanto), peccato che lo stesso M5S ha votato contro, appena la settimana scorsa nel parlamento europeo, ad un provvedimento che andava in tal senso, mentre la Lega si è astenuta (se risolviamo il problema, su cosa facciamo la propaganda poi?).

Sul piano delle riforme istituzionali si arriva all’apoteosi dell’egemonia leghista, con l’accentuazione del regionalismo fiscale (che equivale a voler abbandonare definitivamente il sud Italia, che in virtù del livello decisamente più basso di reddito pro-capite godrà di ancor meno risorse rispetto alle regioni del Nord per poter finanziare i servizi pubblici locali), per non parlare dell’introduzione del vincolo di mandato per i parlamentari, provvedimento sbandierato come soluzione al trasformismo politico, che rischia però di rendere i parlamentari completamente eterodiretti dai vertici del proprio partito. Dalla democrazia rappresentativa alla democrazia eterodiretta, con buona pace per quella diretta che si è persa per strada.


Nelle ultime elezioni politiche il M5s ha ottenuto nelle regioni meridionali uno strepitoso e, probabilmente, irripetibile successo elettorale. In Sicilia, ad esempio, alla Camera dei deputati il M5s è passato dal 33,6% del 2013 al 48,14% del 2018 ed al Senato dal 29,52% al 48,08%.

Anche la Lega di Matteo Salvini ha conquistato nel Sud straordinari consensi elettorali, soprattutto se consideriamo che in origine quello leghista era un movimento secessionista che ha accusato il Meridione di assistenzialismo e Roma di essere ‘ladrona’. In Sicilia, il Carroccio alla Camera dei deputati è passato dallo 0,2% del 2013 al 5,22% del 2018 ed al Senato dallo 0,1% al 5,44%. Il successo leghista è stato determinato dal fatto che una parte dell’elettorato di Forza Italia ha votato per la Lega.

Nonostante questi risultati, nelle cinquantotto pagine del ‘contratto’, per il Mezzogiorno, definito come un ‘marchio’, non c’è nulla o quasi. Ecco cosa prevede il documento programmatico che lunedì verrà consegnato al Capo dello Stato: ‘Si è deciso, contrariamente al passato, di non individuare specifiche misure con il marchio “Mezzogiorno”, nella consapevolezza che tutte le scelte politiche previste dal presente contratto (con particolare riferimento a sostegno al reddito, pensioni, investimenti, ambiente e tutela dei livelli occupazionali) sono orientate dalla convinzione verso uno sviluppo economico omogeneo per il Paese, pur tenendo conto delle differenti esigenze territoriali con l’obiettivo di colmare il gap tra Nord e Sud’. Inoltre, i due partiti sull’Ilva di Taranto si sono impegnati ‘a concretizzare i criteri di salvaguardia ambientale, secondo i migliori standard mondiali a tutela della salute dei cittadini del comprensorio di Taranto, proteggendo i livelli occupazionali e promuovendo lo sviluppo industriale del Sud, attraverso un programma di riconversione economica basato sulla progressiva chiusura delle fonti inquinanti’.

Tutto qui. Per gli esperti del M5s e della Lega i problemi strutturali del Meridione non solo non sono una priorità, ma non sono neanche ritenuti tali da essere presi in considerazione dal cosiddetto ‘governo del cambiamento’. Questo significa che il divario economico e sociale tra le diverse aree geografiche del Paese rimarrà irrisolto, anzi è assai probabile che esso si accentuerà.

Buon governo a tutti.

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