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mercoledì 23 maggio 2018

Capaci, il mistero del furgone bianco #23maggio

Depistaggi, menzogne, silenzi si sommano, affiorano e scompaiono di continuo. Come la testimonianza di un agente di polizia che, in quel maggio del 1992, giurò di avere notato sul luogo dell’attentato un furgone bianco, per poi ritrattare subito dopo.



Perché ritrattò? Chi lo costrinse a farlo?

E torna prepotentemente alla ribalta il nome di Gioacchino Genchi, vice questore della Polizia di Stato e consulente informatico di Giovanni Falcone. Ora il funzionario è stato destituito dalla polizia per motivi disciplinari.

Tornando alla vicenda del misterioso furgone, un agente della polstrada, D.M., accusa Genchi di averlo ‘invitato’ con esplicite minacce a fornire una versione diversa da quella originale “o ti scordi questa vicenda o è meglio che ti ammazzi”.

Dopo 25 anni il poliziotto viene convocato dalla procura di Caltanissetta per far luce su quell’anomalo episodio e, minacciato di arresto dai pm che lo interrogano racconta le minacce ricevute.

Genchi ha immediatamente querelato il poliziotto, che è assistito dall’avvocato Ermanno Zancla, ed è a processo con l’accusa di  calunnia aggravata.

Nei giorni immediatamente successivi all’attentato, l’agente della stradale riferisce al suo superiore, con una relazione di servizio “Nello stesso punto dell’attentato ho notato un mezzo bianco con alcune persone intorno”. Il superiore, diligentemente, inoltra la relazione alla Questura di Palermo.

Pochissimi giorni dopo D.M. rettifica “Mi sono sbagliato, quel furgone bianco non era sul luogo dell’attentato, ma in una stradella più sotto che mi pare si chiami via Kennedy”.

E per 25 anni cade l’oblio sulla sua testimonianza.

Ma il procuratore Lari e i suoi pm, rivisitano con estrema attenzione carte e documenti sulla indagini relative alla strage di Capaci e notano quelle due testimonianze del tutto in contrasto.

Durante un interrogatorio serrato ed incalzante, nel quale il poliziotto è minacciato di arresto per reticenza e falsa testimonianza, la domanda ricorrente è sempre la stessa “E

Lei si è sbagliato la prima o la seconda volta?”.

D.M. alla fine clamorosamente ammette “Ho dovuto cambiare versione, qualcuno è venuto da me e mi ha detto che era meglio se quel furgone bianco usciva dalla scena del crimine”.

Poi ha fatto il nome di chi l’avrebbe convinto a fare marcia indietro: “Un poliziotto molto noto, anzi un ex poliziotto: Gioacchino Genchi“.

Genchi oggi esercita la professione di avvocato, Silvio Berlusconi lo accusò di aver intercettato almeno 350mila persone.

Nega  fermamente di aver mai suggerito, o tantomeno minacciato, l’agente della stradale a cambiare la versione iniziale dei fatti, anzi, nega di averlo mai conosciuto.

Ma, al di là di questo, le voci su quel furgone bianco, e sui personaggi nei paraggi, apparentemente in assetto da guerra , riaffiorano prepotentemente.

E se queste voci si rivelassero fondate, chi erano quelle persone, mafiosi o soggetti estranei a Cosa Nostra?.

Esiste anche un ulteriore elemento in proposito.

Il cognato del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’ingegnere palermitano Francesco Naselli Flores, interrogato dagli inquirenti dichiarò che il 22 maggio 1992, passò dallo svincolo autostradale di Capaci “: “Ho visto sul luogo un furgone bianco, mi è sembrato un Maxi Ducato”.

I riscontri accertarono che nessun ente, Ansa, Enel o Telecom, aveva mai inviato tecnici o operai per lavori su quel tratto di strada, eppure l’ingegnere ricordava perfettamente “Uomini in tuta bianca che stendevano cavi”.

Ora tutto torna prepotentemente alla ribalta, grazie alla nuova testimonianza dell’agente della stradale. Starà ai magistrati, Lia Sava, Stefano Luciani ed Onelio Dodero, verificarne l’attendibilità e la vericidità.

Ma l’ipotesi di un secondo innesco prende corpo.

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