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venerdì 20 aprile 2018

Processo Trattativa. Condannati tutti gli imputati, assolto solo Mancino

Dodici anni di carcere. È questa la condanna inflitta al mafioso Antonino Cinà  agli ex Ros Antonio Subranni e Mario Mori e all’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri nel processo sulla trattativa Stato mafia.

I pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, avevano chiesto 12 anni per Cinà, 15 per Mori, 12 per Subranni e altrettanti per Dell’Utri.

Nicola Mancino è stato assolto perché il fatto non sussiste. L’ex ministro dell’Interno era accusato di falsa testimonianza. I pm avevano chiesto per lui una condanna a sei anni di carcere.

A Massimo Ciancimino, figlio di Vito, e all’ex ufficiale del Ros Giuseppe De Donno sono stati dati otto anni di carcere. Il primo era accusato di concorso in associazione mafiosa (5 gli anni di carcere chiesti dall’accusa), il secondo di minaccia a Corpo politico dello Stato (12 anni la richiesta di condanna dei pm).

All’ex boss di Cosa Nostra Leoluca Bagarella sono invece stati inflitti 28 anni di carcere. I pm avevano chiesto per lui una sentenza a 16 anni di carcere.

La sentenza del processo Stato-mafia è stata letta nell’aula bunker del carcere Pagliarelli.

Il pm Nino Di Matteo ha commentato: “Questa sentenza, dopo cinque anni, riconosce che parte dello Stato negli anni delle stragi trattava con la mafia e portava alle istituzioni le richieste di cosa nostra. Per la prima volta vengono consacrati i rapporti esterni della mafia con le istituzioni negli anni delle stragi ed è significativo che questa sentenza abbia riguardato un periodo in cui erano in carica tre governi diversi: quello Andreotti, quello Ciampi e quello Berlusconi”.

Il magistrato ha aggiunto: “Non contano gli attacchi che abbiamo subito – ha aggiunto – negli anni non tutti si sono dimostrati rispettosi di un lavoro che c’è costato lacrime e sangue”.

Al centro del dibattimento, cominciato nel 2013 il presunto patto che pezzi delle istituzioni, nel ’92, tramite i carabinieri, avrebbero stretto con Cosa Nostra per fare cessare le stragi.

“Questo processo – esordiva l’accusa nella sua requisitoria il 14 dicembre 2017 – ha avuto peculiarità rilevanti che lo hanno segnato fin dall’inizio. La storia ha riguardato i rapporti indebiti che ci sono stati tra alcuni esponenti di vertice di Cosa nostra e alcuni esponenti istituzionali dello Stato italiano”. Esponenti delle istituzioni “hanno ceduto, per paura o incompetenza, illudendosi che la concessione di una attenuazione del regime carcerario del 41 bis potesse far cessare le bombe e il piano criminale di devastazione di vite e obiettivi. Cosa che non avvenne”.

“La trattativa era attesa, voluta e desiderata da Cosa nostra. E in quel periodo c’era un comprimario occulto, una intelligenza esterna – è la tesi sostenuta dall’accusa – che premeva per la linea della distensione. Che diede dei segnali in tal senso, mentre Cosa nostra continuava a cercare il dialogo a suon di bombe, con i morti per terra a Milano e Firenze, e sfregiando monumenti”.

Se si fosse attuata la linea della fermezza, hanno argomentato i pm, “non ci sarebbe stato spazio per gli stragisti, i consiglieri del dialogo sarebbero stati individuati e assicurati alla giustizia e la strategia della paura debellata. Invece ci furono molteplici segnali volti a favorire la trattativa, come “la revoca e gli annullamenti del 41 bis”. In realtà, “ci furono anche prima, partendo dalla mancata perquisizione del covo di Riina”.

Con il risultato che, “cedendo al ricatto, lo Stato si è messo nelle mani della mafia”.

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