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venerdì 20 aprile 2018

La doppia sanità. Al Sud si vive di meno e peggio

La spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia è un po’ salita, ma resta più bassa che in altri paesi europei. Lo segnala il Rapporto Osservasalute (curato dall’Osservatorio nazionale sulla salute delle Regioni italiane, dall’Università Cattolica “Sacro Cuore” e dall’Istituto di sanità pubblica) precisando che su base nazionale, la spesa sanitaria pubblica pro capite è aumentata dello 0,38% tra il 2015 e il 2016, attestandosi a 1.845 euro. Ha, quindi, proseguito la leggera crescita registrata nel 2015, riportandosi ai livelli del 2012.


Diverso è il discorso relativo alla spesa sanitaria privata che nel 2015 ha raggiunto la quota di 588,10 euro pro capite con un trend crescente dal 2002 ad un tasso annuo medio dell’1,8%. In tutte le regioni si registra un tasso medio di crescita della spesa sanitaria privata che oscilla dallo 0,6% delle Lombardia al 3,7% della Basilicata. Nel 2015, e in valori assoluti, la spesa privata pro capite più alta si registra in Valle d’Aosta con 948,72 euro e la più bassa in Sicilia con 414,40 euro.

Allo stato attuale, in Italia la spesa sanitaria pro capite è ancora composta per circa i tre quarti dalla spesa pubblica ma, come scrive lo stesso Osservasalute da anni tutto avviene “in un quadro che vede il nostro Paese affrontare i forti vincoli di finanza pubblica imposti dagli accordi di Maastricht”.

All’inizio del Duemila, per assecondare questa perversa filosofia “rigorista”, vengono introdotte altre due devastanti novità legislative, la riforma del Titolo V della Costituzione e il Decreto legislativo n. 56 del 2000 che introduce il federalismo fiscale.

La riforma costituzionale stabilisce che il potere legislativo in materia di sanità è concorrente tra Stato e Regioni e rafforza il principio di sussidiarietà “alla rovescia”, consentendo la legittimazione e il boom della sanità privata nella “gestione del sistema sanitario nazionale”. Allo Stato rimane il compito di stabilire il quadro normativo generale, alle Regioni è attribuito il compito di legiferare sul proprio territorio, per attuare le linee guida del Governo centrale e organizzare il servizi e gli interventi di sanità pubblica.

Il Decreto legislativo in materia di federalismo fiscale ha stabilito le fonti di finanziamento dei Servizi sanitari regionali: il gettito dell’Iva, dell’Irpef e il fondo di perequazione. L’ammontare del finanziamento è stabilito dallo Stato per finanziare i Lea, gli eventuali deficit di bilancio sono stati posti a carico della fiscalità regionale. Gli obblighi di bilancio e il Patto di Stabilità hanno così chiuso in gabbia di ferro la spesa sanitaria pubblica.

Da questa involuzione del Sistema sanitario nazionale si evince facilmente come i vincoli di finanza pubblica abbiano acquisito nel corso degli anni sempre maggiore importanza, fino a stabilire che i volumi di assistenza erogati debbano essere compatibili con le risorse assegnate.

Inevitabile un effetto sulle disuguaglianze territoriali nei servizi forniti dal sistema sanitario. Lo stesso osservatorio sottolinea come gli indicatori evidenzino l’esistenza di sensibili divari di salute sul territorio, ne sono la prova i dati del 2017 della Campania dove gli uomini vivono mediamente 78,9 anni e le donne 83,3; mentre nella Provincia Autonoma di Trento gli uomini mediamente sopravvivono 81,6 anni e le donne 86,3

La maggiore sopravvivenza e aspettativa di vita si concentra così nelle regioni del Nordest, dove la speranza di vita per gli uomini è 81,2 anni e per le donne 85,6. Nel Meridione appare decisamente inferiore. Nelle regioni del Mezzogiorno, si attesta a 79,8 anni per gli uomini e a 84,1 per le donne.

La dinamica della sopravvivenza, tra il 2005 e il 2016, dimostra che tali divari sono persistenti, in particolare Campania, Calabria, Sicilia,  Sardegna, Molise, Basilicata, Lazio, Valle d’Aosta e Piemonte restano costantemente al di sotto della media nazionale.

Tra queste regioni la Campania, la Calabria e la Sicilia peggiorano addirittura la loro posizione nel corso degli anni. Per contro, quasi tutte le regioni del Nord, insieme ad Abruzzo e Puglia, sperimentano una aspettativa di vita al di sopra della media nazionale. Se la sfida di un sistema sanitario nazionale era quella di assicurare standard tendenzialmente simili a tutti i propri cittadini, le politiche di tagli, chiusure di ospedali, introduzione o aumento dei ticket hanno praticamente svuotato gli obiettivi della riforma sanitaria del 1978, una riforma che ci hanno invidiato in moltissimi paesi e che oggi è ridotta a carta straccia.

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