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lunedì 5 marzo 2018

L'Italia è grillin-leghista

I risultati elettorali non sono ancora completi, ma lo scenario è chiarissimo e rende possibile un primo abbozzo di bilancio: un paese spaccato in tanti pezzi, che corrispondono quasi esattamente alle diverse condizioni sociali maturate nei decenni e nel corso degli ultimi dieci anni di crisi. Leghista al Nord, dove qualcosa da difendere c’è (imprese che fanno profitti e altre che rischiano di chiudere, occupazione precaria e sottopagata), “grillino” al Sud, dove si è già perso quasi tutto e la paura di non poter risalire è concreta, manifesta (i tagli alla spesa pubblica hanno segato, indirettamente, anche le gambe alle clientele). Incerto al centro, risucchiato per frammenti su entrambi lati.

L’Italia del “rancore” stavolta ha spazzato quel poco che restava della vecchia “classe politica” della seconda repubblica. Ha seppellito i Bersani e i D’Alema insieme all’alter ego di un quarto di secolo, Silvio Berlusconi. Non ci sono stati giochi di prestigio e promesse clientelari che abbiano potuto fermare questo tsunami provocato da sommovimenti tellurici così profondi da non presentare traccia sulla superficie del conflitto sociale. Anche i brogli non possono più avere la dimensione necessaria a spostare l’ago della bilancia. Il malessere che non si traduce in progetto di cambiamento si accontenta della prima risposta che trova, per quanto scadente possa essere.

C’è poco spazio per le interpretazioni, per le speranze di “rivincita” al prossimo giro. Il simbolo stesso della “rottamazione”, l’attore venuto dal ventre della massoneria toscana e chiamato a incanalare per qualche tempo quella richiesta di cambiamento generale, è finito tritato, trascinando con sé ciò che restava di un “partito” nato già – un quarto di secolo fa – con le stigmate di due establishment politici un tempo concorrenti (Dc e Pci).

Ciò che resta è la mancanza di un baricentro credibile. Impossibile fare un governo qualsiasi senza cancellare anche quel poco di tangibile detto in una campagna elettorale priva di idee su come risollevare un paese che va impoverendosi ogni giorno di più (nonostante un momento di pausa nella crisi, impropriamente chiamato “crescita”).

Quel poco di tangibile era sostanzialmente un “no ad alleanze contronatura”. I grillini normalizzati da Luigi Di Maio hanno giurato che faranno un governo con chi ci sta sui programmi, ma hanno addirittura presentato in anticipo una squadra di ministri non trattabile (il che dovrebbe teoricamente impedire le solite trattative sulla base di posti a tavola). Pd e berlusconiani hanno fatto la stessa campagna elettorale, giurando che non avrebbero fatto governi con “i populisti” (grillini e leghisti). Salvini e compagnia hanno promesso di andare al governo solo con gli alleati-concorrenti della coalizione di centrodestra.

Nessuno di loro potrà rispettare questi “impegni”, se vuole avvicinarsi alle residue leve di governo. Non potrà andare avanti neanche quella che era sembrata la “soluzione indolore”: tenere in piedi l’esecutivo Gentiloni con una maggioranza “renzusconiana”, rattoppata alla bell’e meglio con transfughi da varie liste.

Il quadro politico è dunque apparentemente paradossale: quel che “c’è da fare” nei prossimi mesi e anni è scritto nelle direttive di Bruxelles, nei giornali mainstream, nei commenti degli opinionisti più informati. Ma nessuno dei candidati a “fare quel che c’è da fare” se n’è fin qui occupato minimamente.

Ci attende una manovra correttiva di molti miliardi già a maggio. Saranno dolori veri, dopo le piccole dosi di morfina rilasciate con la legge di stabilità del governo Gentiloni. Soprattutto ci attende l’attuazione vera del Fiscal Compact, che costringerà qualsiasi governo dei prossimi venti anni ad accantonare un avanzo primario minimo del 5% annuo per ridurre il debito pubblico. Roba da 50 miliardi l’anno in uscita, prima ancora di decidere cosa si può fare e cosa no. I più informati, discretamente, hanno già indicato alcune delle vene da cui trarre tanto sangue: le pensioni, che questa volta verrebbero “riformate” riducendo gli assegni erogati mensilmente, in stile Grecia.

Manca però l’esecutore, il boia sociale che impugnerà la mannaia in nome e per conto dei “mercati internazionali” e della Troika. Nessuno vuole apparire tale prima di avere quella mannaia in mano (è la parte giocata da Emma Bonino, con risultati minimi rispetto ai costi della sua onerosa campagna elettorale).

Abbiamo insomma una distanza abissale e drammatica tra una popolazione disorientata in cerca di un possibile “difensore” e un ristretto ceto di aspiranti boia che, ovviamente, non intendono presentarsi come tali prima di cominciare ad “operare” (in attesa che i maghi della “comunicazione” costruiscano una “narrazione” accettabile).

Non è una dinamica nata oggi, ma solo ora appare con questa nettezza. Le rapide ascese e gli altrettanto rapidi capitomboli dei nuovi “leader” sono una logica conseguenza della tenaglia costruita da promesse irrealizzabili dentro i vincoli europei e realtà degli atti di governo. Chiunque andrà a Palazzo Chigi sa benissimo di poter restare lì giusto il tempo di realizzare qualche altra “riforma” imposta dalla Ue.

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