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venerdì 30 marzo 2018

La politica dei penultimi

Mutatis mutandis, si ha l’impressione che nell’Italia politica una qualche scintilla si sia accesa attraverso tutti quei ‘penultimi’ che hanno votato per partiti fuori tradizionali favorendo l’ascesa di aggregazioni definite ‘populiste’.

Inninazitutto 1) chi sono i ‘penultimi’: sono una unione di giovani senza futuro, working class, ceto medio impoverito che hanno paura della povertà; 2) dove affonda il populismo: nella vita reale, nel peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di cittadini colpiti dalla crisi e dagli effetti della globalizzazione con il risultato che la metà degli italiani sono diventati euroscettici e non credono più alla favola sulla fine della crisi e sui presunti benefici di quel mondialismo tutto giocato all’interno del ciclo neo/turbo liberista. Qualunque sia stato il risultato delle elezioni degli ultimi 20 anni, la condizione di una popolazione crescente non è mutata , anzi è peggiorata. I disoccupati, i precari, le periferie degradate dove si ammassano bianchi poveri e immigrati chiedono protezione. E protezione, 3) è proprio ciò che offrono i programmi ‘populisti’ delle sue due anime principali.

Proviamo a differenziare fra populismi di destra e di sinistra: entrambi utilizzano la narrazione dello scontro fra popolo (buono) ed élite (cattive), entrambi vogliono difendere la patria dalle intromissioni esterne, per cui condividono l’euroscetticismo, sono contro le politiche della casta, dai comitati di affari e delle larghe intese e di una mostrata e spiccata inettitudine della classe politica immersa in privilegi e affari qualunque sia la colorazione di appartenenza dei partiti che hanno governato nelle ultime legislature, (in primis PD e Forza Italia ) ma, mentre il populismo destrorso offre una presunta protezione dai migranti, nonché dall’invadenza statale (tasse, burocrazia, sprechi, ecc.), i secondi si propongono di contrastare lo strapotere dei capitali e merci, auspicando un ruolo attivo dello stato in economia e riproponendo una sorta di la lotta di classe, ancorché trasfigurata in opposizione alto/basso.

Analizzando più in profondità si trova un semplice denominatore e cioè una ‘novecentissima questione redistributiva generale’ che premia da una parte una destra razzista ma con contenuti propagandistici sociali (uscita dall’euro, abolizione della Fornero, Flat tax, etc), con un leader torvo e minaccioso, che rassicura la sua gente. Nelle regioni del Nord i voti dei ceti medi produttivi e quelli delle periferie del rancore si sono potuti sommare grazie a un’agenda politica chiara e semplice da diffondere con l’armamento di capri espiatori e pregiudizi. Nelle regioni del Sud invece a veicolare la ribellione al sistema sono i 5 stelle. Non promettono posti di lavoro, non sono legati a cricche locali, vogliono da sempre un reddito minimo e si presentano come angeli senza passato e senza scandali.

I diversi programmi di 5 stelle e Lega non sono altro che un riflesso 4) della composizione di classe di “popoli diversi”; quella della Lega legata ai ceti produttivi (imprenditori e lavoratori autonomi in primis) mirante alla narrazione di un popolo nazione e sovrano con valori e tradizioni comuni,mentre la composizione di classe dei 5 stelle è la stessa di quella che votava PCI, per cui al netto di una certa ignoranza e della fine della coscienza di classe, il programma non può che essere quello della protezione delle classi deboli, (infatti i 5 stelle al Nord hanno perso consensi a favore della Lega mentre al sud ha attirato consensi da tutte le direzioni ,compresa l’ astensione), tendente ad un popolo di cittadini attivi con una politicizzazione permanente, quasi una sorta di fine della delega in cui gli eletti siano meri portavoce.

Oltre a ciò bisogna anche considerare che gli italiani non vogliono più farsi governare né educare dalle elites in quanto imparare costa tempo e fatica e il linguaggio novecentesco della politica, vista come rito e supponenza intellettuale non sta più al passo con il linguaggio ‘liquido’ delle nuove tecnologie.

Destra e sinistra non sono più percepite tali, pur continuando ad essere i capisaldi di ogni politica economica, – vedi poste di bilancio – sono erroneamente considerate come categorie politiche desuete e prive di efficacia.

I populisti non credono certo più alla rivoluzione e negano che vi siano nella società interessi contrapposti di classe, età, genere etc. L’unica dicotomia riconosciuta è quella del basso vs alto, elite vs popolo.

E passiamo infine 5) alla sinistra (quella socialdemocratica, in quanto le radicali non hanno alcune consistenza numerica degna di analisi).

Quella socialdemocrazia che, negli ultimi, si è fatta paladina di politiche economiche restrittive e di compressione dei diritti del mondo del lavoro. Da anni il PSE ha perso per strada le cosiddette ragioni della sinistra. Ricordiamoci della ‘Terza via’ di Clinton, Blair e dei tanti seguaci che hanno usato la parola “riformismo” per sostenere, privatizzazioni, deregolamentazioni e conseguente precarizzazione della vita delle persone.

Venendo alla sinistra italiana, sono milioni gli elettori che ne hanno elaborato il lutto. Ad un primo sguardo dei dati elettorali si scopre che Pd e LeU perdono consensi proprio nelle periferie e tra le fasce sociali più svantaggiate.

Il PD di Renzi si è trasformato da scolorata formazione socialdemocratica a partito neo centrista con politiche economiche destrorse gettando allo sbando del precariato – vedi abolizione dell’articolo 18 e il proliferare di contratti ‘atipici’, generazioni di giovani e sottomettendo la scuola ai dettami di Confindustria. In un paese con la disoccupazione elevatissima, soprattutto nei giovani, il PD non ha parlato altro che di riforme costituzionali ed elettorali senza mai mettere al centro la questione del lavoro.

Si potrebbe pensare che le sinistre non sanno più farsi carico dei bisogni reali della persone in quanto hanno perso la capacità di analizzare la realtà sociale; più probabilmente invece la sinistra semplicemente non rappresenta più le classi dominate, cioè questo non è più il suo popolo. È dagli anni Ottanta, a partire cioè dalla conversione alla fede nel mercato, che il suo blocco sociale di riferimento è cambiato, slittando progressivamente dalle classi subalterne agli strati medi colti e benestanti. Della triade libertà/uguaglianza/fratellanza, ha avuto la giusta considerazione solo la prima – unioni civili, tutela delle minoranze, tolleranza per ogni differenza, quote rosa – a discapito delle altre con il lavoro e i posti di lavoro lasciati in balia delle ‘ottimizzazioni’ del libero mercato.

Lo stesso reddito di cittadinanza, in principio appena accennato solo da Rifondazione comunista, parola d’ordine attraverso la quale si sarebbe potuto unire tutta una sinistra degna di questo nome, è stato impunemente lasciato in mano al Movimento 5 stelle che ne ha costruito la pietra angolare del programma, vera chiave interpretativa della sua vittoria. Si è preferito insistere su chimerici ‘nuovi posti di lavoro a qualunque condizione’ bollando il reddito di cittadinanza come assistenzialismo.

I cittadini hanno punito pesantemente questa sciatteria ideologica dando inconsapevole comprova ai numerosi studi scientifici che suffragano il contrario. In una parola, la ‘sinistra’ non ha più spazio come presenza diffusa, come corpo sociale culturalmente connotato, come linguaggio e modo di sentire comune e plurale forse anche come semplice parola. Impossibile ripartire senza ripensare tutto daccapo. Siamo ad un epocale rompete le righe.

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