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venerdì 16 marzo 2018

La nuova «Questione meridionale»

La «questione meridionale» è tornata, dopo una lunga stasi, a sollecitare l’attenzione dei commentatori, a causa dei risultati elettorali che sembrano aver riportato al centro un carattere costitutivo della storia d’Italia. Si riaffaccia così l’immagine di un Paese che scorge nella polarizzazione fra Nord e Sud una sorta di costante della sua identità.


In realtà, una lettura di questo genere rischia di far da velo anche alla comprensione effettiva degli esiti delle elezioni politiche. Riscoprire la questione meridionale nei termini di un tempo rischia d’essere fuorviante.

Perché la base del dualismo italiano non assomiglia più per nulla a quella di un tempo, non solo nelle forme tratteggiate dal meridionalismo storico, ma nemmeno a quelle più recenti, che descrivevano un «miracolo economico» trainato dalle grandi imprese industriali del Nord cui affluivano gli imponenti flussi di forza-lavoro dal Mezzogiorno, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta. Nel corso degli ultimi due decenni abbiamo invece assistito a una radicale mutazione che, in primo luogo, ha cambiato il profilo del Nord.

Anzitutto, quest’ultimo ha recuperato dei contorni più unitari, poiché è molto più vaga e incerta la distinzione fra le due macro aree del Nord Ovest e del Nord Est, che ha avuto grande successo, anche sul versante delle rappresentazioni politiche. Dov’è oggi, infatti, il Nord Ovest dominato dalla presenza delle grandi imprese di una volta? Da molte indagini, anche da quelle sulle economie regionali promosse dalla Banca d’Italia traspare il peso crescente delle imprese che hanno dimensioni intermedie, o che, se sono grandi per i criteri di classificazione, risultano invece occupare un ruolo intermedio nello spazio economico. D’altra parte, il Nord Est è adesso tutt’altro che il regno della piccola impresa, raccontato dalle cronache degli anni Ottanta ed esaltato dalle campagne politiche della Lega. Nord Est e Nord Ovest formano un invaso molto meno differenziato e dànno vita a una configurazione economica e imprenditoriale che trova alimento nell’Emilia e attraversa consistenti territori dell’Italia centrale. Se si vuole rintracciare un modello economico italiano valido per la nostra epoca, esso va rintracciato in una formazione economica e, in parte, sociale che si struttura nel nuovo blocco del Centro-Nord, in cui anche le appartenenze politiche tendono a essere molto meno nette del passato. Certo, il nuovo Nord ha un polo di convergenza riconoscibile in quella sorta di capitale di fatto che è Milano. La città pare ora voler sviluppare una funzione di leadership che in precedenza non ha cercato o voluto. Ma è chiaro che è il nuovo mix economico a dare risalto al suo ruolo, specie all’interno di un Paese smarrito com’è adesso il nostro.

A questa riconfigurazione del modello economico, e ancor più ai suoi processi di ricentraggio, il Mezzogiorno è rimasto estraneo. Con le conseguenze che ora possiamo osservare: nel suo complesso, l’economia italiana ne ricava un evidente effetto di debolezza, mentre la politica porta alla luce una domanda che è, al contempo, di cambiamento e di richiesta di intervento e di tutela. Quale può essere la reazione, nel Sud, alla notizia, riportata martedì scorso da questo giornale, che il 90% dei flussi d’investimento sollecitati da Industria 4.0 sono andati alle aree più forti del Paese? Ma sono i tanti segnali che fanno capire che i problemi vissuti dalla società meridionale sono affrontati con una logica differente da quella che s’impiega altrove: il caso dell’Ilva di Taranto, destinato presto a ritornare all’attenzione pubblica, ne è un esempio eloquente.

La governabilità dell’Italia non è soltanto messa a rischio da dinamiche della rappresentanza politica che stanno subendo un’accelerazione vertiginosa. Dipende in misura crescente dal venir meno dei legami d’integrazione tra la componente maggioritaria del Paese (che appunto sembra dar forma a un almeno embrionale “modello italiano”) e l’altra, quella meridionale e minoritaria, che sta diventando il luogo di massima condensazione dell’intero ventaglio delle nostre contraddizioni. L’esistenza di divari così gravi toglie ogni speranza che si possa arrivare a una sintesi politica. Non ci vuol molto a capire che essa non può venire dalla somma delle rivendicazioni politiche del Nord e del Sud. Forse solo Steve Bannon, l’ideologo della destra radicale di Trump che poco o nulla deve conoscere dell’Italia, può credere che la somma della “flat tax”, dall’abrogazione della legge pensionistica e del reddito di cittadinanza possa produrre quell’alleanza nazionalista in grado di abbattere Bruxelles e la moneta unica, com’è nei suoi auspici.

L’osservazione analitica della realtà italiana spinge invece in una direzione del tutto contraria, specie se si pensa che la deriva neo-nazionalista sia un pericolo. Occorre condurre una una rivisitazione delle politiche pubbliche, che vanno declinate in maniera diversa a seconda dei sistemi territoriali di riferimento. Il Paese ha sprecato un’occasione quando era di moda parlare di federalismo, un dibattito inconcludente che ha soltanto rimandato il momento di fare i conti con i problemi più urgenti. Se la politica vuole avere una chance di governare davvero l’Italia, per quella che essa è oggi, e di non disperdere tutte le proprie risorse alla ricerca di successi momentanei, è questa la via da perseguire.

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