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lunedì 12 marzo 2018

La degenerazione porno-punitivo della donna

Spot pubblicitari che solleticano e sollecitano l’immaginario maschile in un’unica direzione: quella della donna come corpo sessualizzato. Immagini ai limiti del porno sadomaso, di stilisti che, implicitamente, non solo istigano allo stupro ma veicolano anche il messaggio che, a lei, alla donna, tutto sommato, lo stupro piace. Inquadrature televisive, sempre più indirizzate a sbirciare sotto le mini, quasi in angolature ginecologiche. Comportamenti e battutacce di uomini, spesso potenti e prepotenti, che mortificano la dignità di un soggetto, reo solo di non appartenere all’elite dei detentori del fallo. Giornalisti (Feltri, Farina, Sallusti) che, definirli sessisti, è far loro un complimento. E si potrebbe continuare così: la lista sarebbe lunga.

Un corpo, insomma, quello femminile, commercializzato e mercificato ad uso e consumo del virile desiderio; e un’intelligenza, quella muliebre, alla mercé del maschile svilimento. Con, in sovrapprezzo, la beffa dell’insulto sessista e moralista: in fondo, poi, se mostrano tanta sfrontatezza, spudoratezza, temerarietà, un po’ mignotte devono esserlo per davvero!

La cosiddetta e tanto sbandierata liberazione del corpo della donna, si è, in sostanza, nel corso di questi ultimi trent’anni, quasi trasformata in un boomerang, che ne ha travolto l’immagine, cristallizzandola in una sorta di oggetto pansessuale. Un oggetto, il cui unico scopo è deliziare lo sguardo maschile che, una volta accesosi di rude voluttà, ritiene di avere il diritto di passare all’atto, trasformando l’oggetto stesso della conteplazione in mera preda da sottomettere e di cui godere. Spesso, anche senza l’altrui consenso.

E i social, in un simile quadro, non hanno certo migliorato la situazione. Anzi. Non di rado, su queste moderne piazze della virtualità, frasi e immagini di contenuto sessista vengono utilizzate – anche dalle stesse donne – ergendosi come totem celebrativi di un rinnovato maschilismo. Un maschilismo, se si vuole, più infido e strisciante di prima perché risorto dalle sue stesse ceneri infuocate che una gelida bora oscurantista sta rapidamente spargendo, come seme guasto ma con alacre zelo restauratore, sulle contemporanee società occidentali, investite dall’orda della nuova reazione capitalistica.

Un capitalismo talmente eccessivo e violento, nelle sue divaricabili posture di dominio, da trasformare finanche il sesso -e, di conseguenza il corpo femminile – in un imperativo consumistico, regolato da un obbligo di plus godimento. D’altronde, è pur sempre profitto!

Proprio sui social, con una certa frequenza, ci si trova quindi a fare i conti con questa nuova forma di maschilismo provocatorio, volgare, finto libertario, a tratti vessatorio e umiliante. Post con immagini, video o commenti, di contenuto sessuale o sessista – che poi, su una piattaforma come facebook, in considerazione della sua particolarissima valenza semiotica e simbolica, assumono praticamente la stessa connotazione semantica – finiscono col dar luogo ad atteggiamenti avvilenti e sordidi che, lungi dall’essere divertenti, travalicano, non di rado, i limiti del buon gusto, sfociando nell’offesa della dignità della donna, principalmente – ma anche dell’uomo, nel momento stesso in cui sono i maschi ad essere considerati alla stregua di un mero pezzo di carne – quando non, addirittura, nella violenza.

È facile constatare come simili contenuti approdino all’insulto o insistano nell’atteggiamento sessista, anche se solo con frivole intenzioni, sui social o altrove. Atteggiamenti indecorosi – mi si passi questa parola dal sapore antico – che andrebbero considerati pericolose spie di un malessere sociale profondo, nonché come il prodotto di una semplificatoria superficialità del pensiero conformista; o, peggio, come la somma esponenziale di rabbie represse e addizionabili a quella temperie reazionaria e repressiva che sembra percorrere, da oltre un decennio, le schiene scoperte, non solo dell’Italia ma, come si accennava precedentemente, di tutte o quasi le società occidentali.

Superficialità, rabbie, aggressività pulsionali, che risulta troppo facile scaricare su quelle classi, generi, categorie, insomma su quei soggetti che, apparentemente, vengono percepiti come più facilmente attaccabili o indifesi: disoccupati, anziani, bambini, diversi, donne. Una percezione alterata – almeno nel caso di alcuni di quei soggetti, come, appunto, le donne – conseguenza di posture culturali, politiche, sociali, le quali altro non evidenziano che il marcatore genetico dell’ideologia dominante e largamente diffusa, tutta coniugata al maschile. Quella stessa ideologia che spinge, non certo accidentalmente, i signori uomini, nelle loro spesso distorte relazioni col femminile, ad oltrepassare gli argini, confondendo avance, scherzo di cattivo gusto e molestia.

A tal proposito, tutti abbiamo commesso e commettiamo errori e leggerezze, figurarsi. Ma sarebbe buona norma, sempre e comunque, almeno lasciarsi guidare dal principio ispiratore fondamentale del liberalismo borghese: la mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro.

E la donna, per parafrasare Simon de Beauvoir o Carla Lonzi, è il nostro Altro. D’altronde, è inutile prendersi in giro con cavillosi e sofistici ragionamenti autoassolutori o peggio giustificatori: sanno bene, i “colleghi”maschi, come e quando un comportamento può diventare volgare, fastidioso, molesto o, ancor peggio, violento; e quando, invece, ci si limita al provarci.

Uno sguardo, una tenerezza, il più delle volte bastano e avanzano, per capirsi. E seppure si è frainteso, il “no” ferma. È la regola o dovrebbe esserlo. Anche nella coppia consolidata. Invece, troppo spesso un “no” si trasforma in una cocente ferita narcisistica, cui seguono reazioni, troppo di frequente, parossistiche.

Il reciproco stare come soggettività l’uno accanto all’altro, nel rispetto dell‘altrui diversità, dovrebbe considerarsi norma dettata dalla logica e vieppiù intima consapevolezza e, per dirla ancora con la Lonzi, l’essenza di un rapporto di coppia. Difficile, certo, ma non impossibile.

Ebbene, per riprendere quanto si diceva immediatamente sopra, immagini e video a sfondo sessista andrebbero considerati – almeno dai più avveduti – in quell’infantile e autoreferenziale gioco di complicità tra maschi, esattamente per quello che sono: divertimento pecoreccio, da caserma, con vaghi echi fascisteggianti.

Un divertimento che non poche donne, oggi, considerano però naturale proporre, tra loro o anche nel rapporto con partner occasionali, non comprendendo, talvolta, nell’elettrizzante e stuzzicante coinvolgimento di una presunta trasgressione, che l’utilizzo poco accorto quando non spregiudicato dei social (facebook e watsapp, in primis) l’invio di video e foto, specie se di carattere personale – le chat erotiche sembrano diventate la nuova frontiera virtuale di un sesso sempre meno goduto e sempre più mestamente porno-rappresentato – non solo costituiscono l’introiezione di un cliché maschile mutuato e riprodotto ma, nel secondo caso, finiscono col gratificare proprio quell’immaginario, con il suo fallocentrato apparato simbolico, al quale ci si vorrebbe opporre per contrasto. Insomma, diciamolo chiaramente: un inganno più o meno etero-indotto ma decidecisamente auto-inflitto.

Mi corre l’obbligo però, a questo punto, di fare una doverosa precisazione, per non cadere in un imperdonabile equivoco, considerando il nostro giornale e la sua vocazione marxista. Qui, sia ben chiaro, non si sta esprimendo alcun giudizio morale, ci mancherebbe pure! Il campo delle fantasie sessuali è libero, aperto, divertente, vario e va vissuto appieno. Ciascuno, nella sua intimità, fa ciò che vuole, sempre nello scambievole rispetto dei desideri altrui e nella piena consapevolezza delle proprie azioni. Si tratta semplicemente di un mio personalissimo pensiero. Un pensiero innanzitutto, necessariamente e imprescindibilmente Politico.

In un periodo di grandissima confusione all’interno della sfera dei rapporti e del conflitto di genere, e nel guado di un passaggio storico tristemente reazionario, che vede la cultura fallocratica, patriarcale e capitalistica, tornare a soggiogare, in un fittizio e ambiguo richiamo alla libertà, il corpo femminile al puro desiderio virile – spesso manifestato, come accenavo sopra, con aggressività e violenza – credo che vada, ancor più di prima, chiarito che la liberazione della donna non debba tradursi, come molti uomini pensano, in un trastullo per gli occhi, le mani e il membro do lor signori.

Un pensiero, ad esseri sinceri, che attraversa la mente anche di molte donne, influenzate da un femminismo borghese e di matrice, essenzialmente, liberal-liberista. Quello stesso femminismo capace di scorgere, nella sola illusoria tutela giuridica, da parte di uno Stato che si regge sulla natura e la concezione esclusivamente maschile di comando – oltre che classista – lo strumento di difesa e di affermazione di una libertà che, in tal modo, finisce col trasformarsi, invece, in un surrogato di libertà, elargita, per concessione regale, dal maschio dominante. Si capisce quindi, con queste premesse, che solo la lotta su un terreno di classe può essere propedeutica ad una effettiva e piena liberazione della donna stessa.

Libertà, infatti, vuol dire libertà di scelta. Libertà scevra da condizionamenti culturali, mode sociali – vedi facebook, appunto – e ricatti esistenziali. Libertà dalla schiavitù del bisogno. Libertà dalla variabile economica. Libertà, insomma, dal Potere, la cui sovrastruttura ideologica risulta impregnata di testosterone anche quando viene esercitato – molto più di rado, tuttavia – da donne. Donne che, in larga parte, hanno mutuato una weltanschauung tutta inscritta nell’immaginario patriarcale e padronale tipico del maschio. Un immaginario di dominio che tende a ridurre l’altro a puro oggetto di piacere o a soggettività subordinata.

Libera, pertanto, non vuol dire libera di essere molestata o di elargire sesso, proprio malgrado, altrimenti correndo vigliaccamente il rischio di beccarsi pure l’accusa di bacchettona o bigotta.

In conclusione, ci troviamo ormai, nelle nostre società Occidentali e occidentalizzate, e nell’epoca dello schizocapitalismo finanziario e globalizzato – per riprendere l’affascinante e calzante concetto elaborato da Deleuze – al cospetto di un immaginario porno-punitivo, sospeso sul baratro della perversione realizzata. Un immaginario che si regge su una catena significante e semantica, concettuale e desiderante, all’ombra della quale si rivelano le pulsioni (desideri?) più oscure di un’umanità ridotta a merce e a puro coefficiente consumistico.

Il sesso, lungi dall’essere finalmente liberato dagli opprimenti lacciuoli della morale religiosa e borghese, dietro le quinte di quello Spettacolo che è, oramai, il Capitale divenuto visione – e visione social – si è via via trasformato in un paradossale e mortifero dogma super egoico, porno/liberal ed economico/punitivo, di tipo solipsistico e masturbatorio – incastrato tra frantumazioni dell’Io e sbandamenti dell’inconscio – il cui algoritmo rivelatore, come sempre, è il corpo femminile. Sovraesposto, oggettualizzato e, infine, stuprato dal godimento del fallo, per citare Lacan.

Insomma, in poche parole, siamo al paradigma declinato, in ogni sua voce, specie al femminile, della mercificazione del sesso e della reificazione dell’essere umano. Con l’aggravante aggiunta di classismo e razzism. L’esotico, soprattutto se sotto specie di immigrato e se povero, è preda sempre più desiderabile e facilmente soggiogabile, quando non stuprabile!

Una mercificazione che, in qualunque forma si verifichi, finisce con l’nquietare, e perciò andrebbe respinta con fermezza. Soprattutto se prodotta su una piazza virtuale, il cui potenziale di rischio e di violenza è incalcolabile e, quel che è peggio, con conseguenze imprevedibili.

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