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venerdì 16 marzo 2018

Il “libero scambio” non esiste, c’è solo la giungla darwiniana del mercato

La crescita della disuguaglianza di reddito e ricchezza ha un legame di causa-effetto con la globalizzazione e l’espansione della legge darwiniana del mercato nonché al flusso di capitali.

Se eliminiamo le astrazioni altisonanti come il vantaggio competitivo, il commercio si riduce a quattro obiettivi darwiniani:



1- Trovare mercati esteri in grado di assorbire l’eccesso di produzione, ossia dove scaricare il proprio prodotto in eccesso.
2- Ottenere risorse estere a basso prezzo.
3- Negare ai rivali geopolitici l’accesso alle risorse viste al punto precedente.
4- Aprire i mercati esteri ai propri capitali e al proprio credito, così che i capitali possano acquistare tutti gli asset produttivi esteri e tutte le risorse, una dinamica che ho spiegato la scorsa settimana in “Dimenticate il “libero commercio” – tutto ruota intorno ai movimenti di capitale”.

Tutte le chiacchiere riguardo il “libero scambio” sono solo specchietti per le allodole e propaganda.  Nessuno si azzarda a rischiare un commercio completamente libero, farlo vorrebbe dire aprire le porte alla conquista estera delle proprie risorse chiave, dei propri asset e dei propri mercati.



Il commercio ruota tutto intorno all’ottenere vantaggi in una lotta darwiniana per ottenere o mantenere la supremazia. Come ho sottolineato a suo tempo nel 2005, i risparmi accumulati dai consumatori grazie all’apertura del commercio con la Cina sono stati stimati in 100 miliardi di dollari nei precedenti 27 anni (dal 1978 al 2005), mentre i profitti delle multinazionali sono aumentati di migliaia di miliardi di dollari.


In altre parole, i consumatori ottengono una piccola percentuale dei risparmi, mentre le multinazionali ottengono cento volte tanto in profitti puri, dal momento che i prezzi rimangono praticamente fissi mentre i costi di produzione precipitano. Le multinazionali, non i consumatori, si sono intascate la differenza.

Come la storico collaboratore Chad D. ha sottolineato rispondendo al mio lavoro sui flussi di capitale, regolamentare il commercio può essere una delle poche strade di cui le nazioni più piccole dispongono per evitare che le loro risorse e i loro asset vengano inghiottiti dal capitale libero di muoversi che esce dalle nazioni che hanno un credito virtualmente illimitato (gli USA, la UE, la Cina e il Giappone).

La protezione delle fragili industrie interne con tariffe è un provvedimento con una lunga storia, anche negli Stati Uniti, ma il vero provvedimento non riguarda le tariffe: risiede negli strumenti burocratici per regolamentare il commercio e nei giochi di potere (hard e soft) che assicurano risorse a basso costo mentre negano l’accesso a queste risorse ai rivali geopolitici.

I mezzi burocratici per limitare le importazioni sono diventati un’arte in Giappone e in altre nazioni che dipendono dalle esportazioni: potrebbero anche non avere alcuna tariffa, solo cavilli burocratici che rendono le importazioni impraticabili.

 E poi c’è la manipolazione della valuta, per esempio l’aggancio della Cina al dollaro USA. Qual è il prezzo “di mercato libero” delle merci cinesi negli Stati Uniti? Nessuno lo sa perché l’aggancio valutario protegge la Cina dalla sua stessa valuta che rischia di essere troppo forte o troppo debole per aiutare la sua economia dipendente dalle esportazioni.

Coloro che blaterano di “libero scambio” stanno semplicemente promuovendo una strategia darwiniana che li favorisce su tutti gli altri. I profitti delle multinazionali USA sono quadruplicati da quando la Cina è entrata nel WTO; si tratta forse di una coincidenza? No: le multinazionali fanno arbitraggio sul lavoro, sul credito, sulle tasse, sull’ambiente, sulla normativa e sulla valuta per abbassare drasticamente i propri costi (e la qualità dei prodotti che vendono a consumatori dipendenti dal credito) a ciò ha incrementato i profitti di quattro volte in soli 15 anni, mentre ha lasciato ai consumatori senza speranza qualche briciola di “prezzi sempre bassi” (e anche della “qualità sempre alta”).

L’agenda neo-liberale inneggia al “libero scambio” perché il “libero scambio” nasconde in realtà la “libertà di movimento dei capitali”.Una volta che i capitali sono liberi di scorrere dalle multinazionali sostenute dalle banche centrali, nessun offerente interno può battere le offerte del capitale estero, dal momento che coloro che sono più vicini al credito delle banche centrali possono essenzialmente prendere in prestito somme illimitate a tassi quasi nulli – un vantaggio incolmabile quando si tratta di accaparrarsi risorse e asset.

Se ci chiediamo “a chi giovano questi benefit?“ scopriamo che i consumatori hanno ricevuto dal “libero scambio” merci scadenti e miseri sconti, mentre le multinazionali, le banche e i finanzieri ne hanno beneficiato enormemente.

La crescente disuguaglianza di reddito e ricchezza è legata in maniera causale alla globalizzazione e all’espansione della legge darwiniana del mercato e al flusso di capitali: i vincitori sono pochi e i perdenti sono molti. I dazi non risolveranno il problema della ridotta occupazione, dei salari stagnanti e dell’aumento della disuguaglianza di reddito. Per essere efficaci su questi temi, dobbiamo contrastare le politiche delle banche centrali e degli stati centrali che hanno spinto la speculazione finanziaria alla supremazia sull’economia produttiva.

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