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domenica 18 marzo 2018

Accordo sulla contrattazione, Un nuovo regalo ai padroni

Un regalo di Natale fuori tempo massimo. E’ così che possiamo definire l’accordo sottoscritto tra Confindustria e sindacati confederali il 28 febbraio scorso. Un regalo, è bene precisare, di cui beneficeranno solo i padroni, e che nelle intenzioni dei firmatari avrebbe dovuto favorire il governo a pochi giorni dalle elezioni.
Già un anno e mezzo  fa (era il novembre del 2016), i sindacati avevano sottoscritto le linee guida sul rinnovo del contratto del pubblico impiego a pochi giorni dal referendum sulla riforma costituzionale voluta da Renzi. E come allora questo "assist" a favore del governo non ha dato i frutti sperati vista la débacle elettorale del Pd e del centrosinistra, e l’impossibilità, salvo sorprese oggi difficilmente prevedibili, di una versione tricolore della Grosse Koalition che guiderà la Germania per il prossimo quadriennio.
L’enfasi con la quale è stata varata la riforma è stata imponente. Accordo storico, un passo verso rapporti sindacali più moderni, ecc. Sono questi i giudizi con i quali la stampa borghese ha salutato il patto tra i Confederali e Confindustria. Che si tratti di evento storico è senza ombra di dubbio. Ma la sua "bontà" è tutta e solo per i padroni.
Ciò che balza immediatamente all’occhio, anche di un osservatore poco addentro al lessico sindacale, è che con questo accordo quadro il sindacato, in particolare la Cgil, abbandona definitivamente ogni idea, anche la più vaga, di poter utilizzare la conflittualità sociale per tutelare gli interessi dei lavoratori.
Tutta la nuova modalità di contrattazione è subordinata a quella che nel testo viene definita “governance adattabile”, e che nelle 16 pagine viene spiegato seppur con una prosa, non sappiamo quanto volutamente, poco fluida.

Tec e Tem, ovvero nessun aumento per i lavoratori
Il filo conduttore dell’accordo è quello di rendere il sindacato, e di conseguenza i lavoratori, completamente e in maniera irreversibile subalterni alle finalità delle imprese. Queste finalità sono definite in maniera semplice: aumento della competitività e della produttività per rendere le aziende italiane idonee a svolgere un ruolo da protagonista nel mercato capitalistico mondiale.
Entriamo brevemente nel dettaglio. Per quanto riguarda il salario, in futuro questo sarà fornito da due voci, il Trattamento Economico Minimo (TEM) e il Trattamento Economico Complessivo (TEC).
Il primo (TEM), che corrisponde a quello che ora chiamiamo minimo tabellare, d’ora in avanti potrà essere aumentato solo facendo riferimento all’inflazione media europea, depurata dal costo dell’energia. Una doppia truffa. Si userà un indice medio continentale per definire gli aumenti, ma i salari minimi non saranno parametrati alla media di quelli degli altri Paesi del Vecchio Continente (notoriamente più alti). Inoltre per una economia fortemente dipendente dall’importazione di energia dall’estero, e con costi molti alti, vuol dire accettare che il salario possa essere fortemente ridotto da questa voce di spesa, senza possibilità di recupero. Reali aumenti salariali saranno cancellati per sempre. Non solo, si legittima la pratica della restituzione salariale: categorie (come la gomma platica) che hanno avuto aumenti superiori all’inflazione così ridefinita dovranno restituire ai padroni i pochi spiccioli ottenuti
Per la seconda voce (TEC) si favorisce l’estensione del welfare aziendale. Anziché rivendicare la difesa e il rafforzamento del welfare pubblico, l’unico realmente universale, si accetta come ineluttabile il suo progressivo smantellamento. I lavoratori delle categorie più ricche forse potranno beneficiare per un periodo di una copertura col welfare privato, ma alla lunga tutti subiranno un peggioramento: i pochi lavoratori che ancora hanno una sufficiente forza salariale e contrattuale, i precari e gli iper sfruttati, i pensionati di oggi e di domani. Cambia solo il ritmo di questo processo, ma la direzione appare segnata. Gioiranno al contrario quei settori del grande capitale che si stanno buttando nel welfare privatistico che da molti analisti economici viene indicato come il business del futuro (tanto che in America Amazon, Jp Morgan  e il fondo di  Warren Buffet stanno pensando di creare una sorta di sistema sanitario privato parallelo a quello pubblico ).
Si estende l’accordo della vergogna del 10 gennaio 2014 con tutto quello che prevede: periodi di raffreddamento del conflitto in occasione delle trattative a livello nazionale o aziendale, togliendo ai lavoratori l’unica arma che hanno per far valere le loro ragioni, lo sciopero. Forti limiti alla libera adesione sindacale: le organizzazioni dei lavoratori che non accettano i diktat imposti dall’accordo non potranno fare proselitismo ed essere presenti nei luoghi di lavoro.
Si accetta il principio alternanza scuola-lavoro sancito dalla contro riforma conosciuta come Buona Scuola. Tutti abbiamo visto che cosa ciò ha comportato: manodopera giovane, molte volte anche qualificata, che viene sfruttata gratuitamente dalle imprese, che in questo caso non si approprieranno, come sempre avviene solo del plusvalore creato, ma di tutto il lavoro prodotto. Ad di là della forma, una situazione peggiore della schiavitù!
Viene aumentata l’importanza della contrattazione di secondo livello, aziendale o territoriale il cui fine è, citiamo testualmente, «il riconoscimento di trattamenti economici strettamente legati a reali e concordati obiettivi di crescita della produttività aziendale, di qualità, di efficienza, di redditività, di innovazione». La pericolosità che scaturisce da questo punto particolare rischia di non essere pienamente compresa. Se è vero che data la struttura del capitalismo tricolore (alta percentuale di piccole e piccolissime imprese), solo in una piccola parte delle aziende si potrà avere una contrattazione di secondo livello, saranno i contratti territoriali quelli che permetteranno la concreta realizzazione della contrattazione di secondo livello. Il passo successivo sarà la riproposizione della gabbie salariali. E’ quello che già chiede esplicitamente Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review e uno dei papabili ad assumere il ruolo di “salvatore della Patria" (capitalista) nel caso il caos post voto dovesse prolungarsi.

Rompiamo l’accordo con le lotte operaie
Questi sono i più evidenti tratti di questa riforma della contrattazione. Non sappiamo se tutto ciò rimarrà solo un libro dei sogni o se avrà ripercussioni concrete. Per quanto concerne l’obiettivo dell’aumento della redditività ne dubitiamo fortemente: è in calo a livello mondiale da oltre 40 anni, non crediamo che un simile accordo riesca a invertire la rotta, se negli anni non ci sono riuscite economie più forti di quella italiana.
Non possiamo che provare un profondo disprezzo per chi in questi anni, a parole, si è lamentato delle condizioni in cui milioni di Lavoratori sono costretti a vivere: bassi salari, precarietà, welfare in disarmo, e poi sottoscrive contratti nazionali o accordi come quello di stiamo scrivendo, che non fanno altro che peggiorare la situazione. E senza nemmeno potere accampare la scusa di essere stati costretti a farlo a causa di sfavorevoli rapporti di forza. Perché è bene ricordare che i sindacati confederali in questi anni si ben visti di organizzare e proclamare reali momenti di lotta e mobilitazione per cercare di rovesciare la situazione che stiamo vivendo. Gli esempi della doppiezza tra i membri privilegiati degli apparati politici e sindacali sono infiniti, ma quello di Camusso e soci verrà ricordato come uno dei peggiori.
La partita tuttavia non è persa e il risultato non è acquisito per nessuno dei contendenti. Come da due secoli a questa parte sarà la lotta di classe a determinare le sorti dello scontro tra borghesi e proletari. Il nostro nemico è più debole di quanto in realtà ci appaia: la crisi economica che ha colpito il mondo capitalista è ben lungi dall’essere superata, e ciò vale in modo particolare per la borghesia italiana che non ha ancora recuperato quanto perso nell’ultimo decennio in termini profitti e di capacità di accumulare nuovo capitale, come evidenziato nella nostra recente analisi sul voto del 4 marzo.

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