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martedì 13 febbraio 2018

NON serve un altro condono

Irrompe prepotentemente nella campagna elettorale la promessa di un ennesimo condono edilizio, pronto a sanare le tante costruzioni abusive sorte sul nostro territorio. Non tutte però, si dice chiaramente, solo quelle costruite abusivamente da chi si trovava in stato di necessità!
Il pensiero và a coloro costretti a dormire in baracche tirate su con materiali di risulta, a chi passa la notte sui cartoni in qualche angolo della città, agli sfrattati che non sanno dove andare a sbattere la testa, a chi ha occupato edifici a lungo abbandonati. Sono in stato di necessità e verrà loro condonato quel misero loco?  No.


L’Istat, nel suo rapporto del 2015, ci dice che in Italia le case non a norma sono in media il 50% delle realizzazioni edilizie legali. Tutte insieme, secondo i dati dell’ultimo censimento, sono 12 milioni. Numeri enormi che sono in continuo divenire. Secondo il centro studi Cresme continuano ad essere edificati ogni anno 20 mila edifici abusivi. La crisi delle costruzioni non ha in alcun modo fermato lo sviluppo dell’edilizia illegale. Al contrario questa ha accresciuto il suo peso, è diventata sempre di più un sistema economico. Non ha come riferimento chi vive in stato di necessità.

Il fenomeno è distribuito su tutto il territorio nazionale. Anche se non in maniera uniforme. Le regioni meridionali (Campania, Molise, Calabria) occupano il podio toccando quote che sfiorano il 50%. Le regioni centrali si fermano al 20% e quelle al nord non raggiungono il 10%. Le coste sono le più colpite. Nel Salento, in Sicilia, in Calabria, in Sardegna, da Terracina a Civitavecchia, in Liguria… Villette e palazzine, ristoranti e campeggi, alberghi e piscine sono costruiti sulla spiaggia. A Ischia, dove dal 2009 esiste un’ordinanza di demolizione per 600 case mai eseguita, il terremoto dell’agosto 2017 ha reso evidente, con il suo numero di morti, feriti e sfollati, le conseguenze della devastazione del territorio.

Nel nostro paese il rischio di frane e alluvioni è vasto. Si è costruito su falde acquifere superficiali, lungo le pendici dei vulcani ancora attivi, in zone franose o ad elevato rischio sismico. Ci sarebbe bisogno di programmare investimenti sulla manutenzione del patrimonio così duramente ferito. Pensare alla messa in sicurezza idrogeologica e sismica di quello che si può salvare. Intervenire con le demolizioni in tutti quei casi che costituiscono un rischio prevedibile. Altro che condono!

Edificazione senza regole che non si ferma, nonostante dagli anni ’80 a oggi siano stati varati tre condoni edilizi, per riportare a legalità quanto realizzato in deroga ad ogni norma. Il primo a voler perdonare, sperando di ricavarne un bell’introito per le casse dello Stato, è nel 1985 il governo Craxi. Nel 1994 il primo governo Berlusconi riapre i termini per presentare le domande, estendendolo a quanto realizzato fino ad allora. L’ultima sanatoria è del 2003 e porta ancora la firma di Berlusconi.

In totale sono 15 milioni le pratiche presentate in tutta Italia. Molte, moltissime sono ancora in attesa di essere esaminate (5,5 milioni) e molte, moltissime di essere respinte perché si riferiscono ad abusi non sanabili. Sono quelli realizzati su siti sottoposti a vincoli di vario tipo. Per lo Stato questo significa 22 miliardi di mancati introiti.

Roma è nettamente in testa alla graduatoria sia delle domande presentate (599.793) che di quelle alle quali ancora non è stata data risposta (213.185). Il Comune non ha incassato per oneri concessori in sanatoria, oblazioni, diritti di istruttoria e segreteria, sanzioni da danno ambientale, una cifra che si calcola pari a 800 milioni di euro. A questo si deve aggiungere il mancato introito per ICI, TARI e altre tassazioni legate agli immobili.

Il condono infatti sospende diritti e doveri nell’attesa dell’esito delle pratiche che possono essere dunque rigettate. In quel caso si dovrebbe procedere all’abbattimento dell’abuso. Una volta sanato l’immobile, il fabbricato, o un aumento di cubatura diventano oggetto di tassazione, pregressa e futura.

I dati forniti da Gemma spa parlano di entrate per il Comune di Roma di oltre 2.800.000.000 euro per le annualità pregresse, comprensive di sanzioni e interessi su ICI, Tari e Cosap e un maggior gettito delle entrate tributarie di 2.396.730.000 euro.

Eppure, da oltre quindici anni, le attività legate al condono sono sempre state contornate da assurde lentezze da una parte e concessioni lampo dall’altra. Nel 2014 delle 11.000 pratiche portate a termine il comune di Roma ha incassato 19 milioni di euro.

La metropoli condonata diventa dunque soggetta alla fiscalità, ma non basta questo a farla diventare città. Il recupero di questo enorme territorio, la sua riqualificazione, il suo assumere un dignitoso ruolo urbano, non avviene condonandola. Non SERVE una sanatoria.

Senza la trasformazione della città diffusa in organismo di coesione sociale e senza un piano di messa in sicurezza del territorio, così duramente ferito, non potrà esserci il riconoscimento del diritto all’abitare dignitosamente per tutti i suoi cittadini.

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