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sabato 10 febbraio 2018

Italia Smetta di stringere mani spoche di quelli come Erdogan

Diplomazia è una delle tante parole che derivano dal greco. Infatti diploma significa, cosa addoppiata: si trattava di uno scritto piegato in due, doppio appunto, emanato da un’autorità pubblica che determinava particolari privilegi o definiva particolari obblighi.   Solo alla fine del Settecento, e attraverso il francese, che allora era la lingua dei rapporti internazionali – ad esempio il Congresso di Vienna si svolgeva in questa lingua, che pure era quella del paese sconfitto – questa parola è passata a indicare l’arte di trattare, per conto dello stato, gli affari di politica internazionale, e quindi gli organi che di questi affari si occupano.
So bene che uno dei compiti della diplomazia è quello di parlare con i nemici e quindi non mi pare strano che i diplomatici di tutti i paesi, compreso il nostro, tengano relazioni stabili, attraverso i loro omologhi di quel paese, anche con uno stato come la Turchia, che per il suo ruolo e la sua forza non possiamo fare finta che non esista. Però è un altro conto organizzare una visita di stato del presidente turco in Italia, con tutto quello che comporta, anche da un punto di vista simbolico e cerimoniale.
Chi rappresenta oggi le istituzioni italiane ha fatto una scelta, immagino legittima da un punto di vista politico, anche se in aperto contrasto con lo spirito della Costituzione, decidendo di incontrare in questo modo il boia di Ankara e non basta rilasciare un comunicato dicendo che il colloquio tra lui e Mattarella è stato “franco”. Questo non vi salverà la coscienza. Avete detto a Erdogan che il suo governo sta commettendo un crimine imprigionando migliaia di oppositori politici? Non ero in quella stanza e non so che parole franche abbiate usato, anche se fatico a immaginare Mattarella che urla contro Erdogan rinfacciandogli il colpo di stato dei mesi scorsi. Ma ammettiamo pure che per una volta don Abbondio si sia incazzato. Non si può dire, perché le regole della diplomazia vietano di dirlo e quindi di questa visita rimarranno le foto delle strette di mano e dei corazzieri sull’attenti davanti a un criminale.
Avere un’idea radicalmente diversa della politica è anche immaginare che, pur mantenendo un’ambasciata ad Ankara, nessun rappresentante delle istituzioni repubblicane dovrebbe dare la mano o parlare a uno come Erdogan. E magari incontrare, in forma ufficiale, le vittime della repressione, le famiglie dei prigionieri politici, i rappresentanti dell’opposizione e della stampa libera. Oppure, se Erdogan dovesse venire comunque a Roma, magari per incontrare il capo di un piccolo stato straniero che sta dentro i nostri confini, dedicare quella giornata a Nazim Hikmet, tappezzare i muri della città di sue poesie, per ricordare che esiste anche un’altra Turchia.

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