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venerdì 5 gennaio 2018

La prima superpotenza economica e militare in mano agli imbecilli

Si dice spesso che “i politici” siano lo specchio del loro paese. Lo sappiamo bene noi, abitanti della Penisola, costretti a fare i conti da secoli con ominidi senza visione politica più grande della loro misera carriera. Governati, insomma, dai peggiori campioni dei difetti nazionali.

Il sistema anglosassone sembrava invece capace di selezionare personaggi certo non moralmente migliori, ma almeno costretti a “pensare in grande” – se non per virtù propria – almeno per dare risposte a un sistema produttivo dalle dimensioni enormi, con responsabilità politico-diplomatico-militari altrettanto gigantesche.

La decadenza di un impero, dunque, è misurabile anche dal livello dei governanti che si sceglie.

Se è così, gli Stati Uniti stanno messi veramente male. L’elezione di Donald Trump – al netto degli squittii dei liberal de noantri – è stata non tanto una sorpresa quanto una rivelazione: Il sistema Usa è diventato incapace di selezionare un quadro dirigente all’altezza dei compiti.

Una generazione di estremisti improvvisatori ha così scalato la Casa Bianca basandosi sulla propria capacità di prendere a pugni la pancia del paese, i suoi settori sociali destabilizzati dalla più lunga crisi economica della storia (il Pil statunitense sembra aver resistito meglio di altri, ma solo grazie ai profitti mostruosi del settore finanziario, che non generano “benessere sociale diffuso”, ma il suo contrario) e più su un’immaginario western che non su una strategia ben ponderata. Make America great again è stato uno slogan efficace per rastrellare voti, ma anche un boomerang che comincia a tornare indietro se il massimo che riescia fare è litigare con chi ce l’ha più grande (il tasto nucleare) con la leadership di uno dei paesi più poveri del mondo.

Questo scenario desolante è esploso nelle ultime ora con la pubblicazione del libro Fire and fury: Inside the Trump White House, scritto dal giornalista Michael Wolff che si è messo a spremere i ricordi di Steve Bannon, fondatore del sito iper conservatore Breitbart, teorico del “movimentismo permanente” dell’ultradestra americana. Un suprematista bianco prima osannato come geniale stratega della rapidissima ascesa politica di Trump, quindi suo primo e più ascoltato consigliere una volta entrato alla Casa Bianca, poi rapidamente defenestrato a beneficio di vari generali, preoccupati di ritrovarsi a gestire “ordini” dalle conseguenze impreviste.

Il ricordo più pericoloso è quello su cui si concentrerà presto l’attenzione del super-procuratore Mueller, che sta indagando sul cosiddetto Russiagate. Bannon rivela infatti che il 9 giugno del 2016 (in piena campagna elettorale), nella Trump Tower, è avvenuto un incontro tra Donald jr con Natalia Veselnitskaya, un’avvocata russa che si diceva in possesso di«materiale compromettente» su Hillary Clinton. In quella stanza c’erano anche Paul Manafort, direttore della campagna elettorale, e Jared Kushner, genero di Trump.

Il commento di Bannon, affidato al libro ora uscito, è feroce: «Le tre figure guida della campagna pensarono che fosse una buona idea vedersi con una rappresentante di un governo straniero, così, senza l’assistenza di un legale. Ma anche se qualcuno pensasse che tutto ciò non fosse un atto da traditori, o anti patriottico o semplicemente una “grossa stronzata”, e io, invece, penso che fosse tutte e tre le cose messe insieme, ebbene, costui avrebbe dovuto avvisare immediatamente l’Fbi».

La vendetta di Bannon per l’avvenuto licenziamento non potrebbe essere più velenosa, visto che andrà a ingrossare il dossier che potrebbe portare anche all’impeachment del presidente. Che ha reagito con l’elevata intelligenza che lo contraddistingue: Steve Bannon non ha nulla a che fare con me o con la presidenza. Quando fu licenziato, non solo ha perso il potere, ma anche il cervello».

Fine del gossip. Ma che l’iperpotenza militare del mondo sia guidata da gentucola del genere è un problema del mondo, non soltanto degli Stati Uniti.

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