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giovedì 4 gennaio 2018

Il '68, cosa può insegnarci cinquant’anni dopo?

Cinquanta anni fa sbocciava il sessantotto, un anno, un movimento. Un lungo periodo di lotte, durante il quale la ragione, la passione e la fantasia davano forma al concetto di utopia, come strumento creativo verso un grande obiettivo: costruire le basi per la liberazione dalle convenzioni, dai dogmi e dall’oppressione e per soffiare sul vento dell’autodeterminazione dell’uomo, dei popoli e della società.

I movimenti del '68 non ebbero conseguenze politiche immediate e la rivoluzione, attesa da molti dei protagonisti del movimento non era all'ordine del giorno. Fu evidente la differenza tra i paesi nei quali il movimento studentesco rimase isolato, come la Germania Ovest e gli USA e quelli come la Francia e l' Italia, nei quali si è esteso ad altri settori della società.

Negli USA furono senza dubbio le proteste contro la guerra del Vietnam che contribuirono a capovolgere l'orientamento dell'opinione pubblica alla fine degli anni Sessanta. L'isolamento del Paese sulla scena internazionale, testimoniato ovunque dal movimento contro la guerre indusse Washington a cercare una soluzione. Le trattative di pace si conclusero quattro anni più tardi con il ritiro delle truppe americane. Ci furono poi anche le manifestazioni dei neri americani, in forma sia pacifica che violenta, che accelerarono l'applicazione dei diritti civili fino ad allora calpestati. In Francia le conquiste ottenute dagli studenti e dagli operai apparvero ben poca cosa, se paragonate all'ampiezza dei movimenti.

Le universitá divennero il luogo dell’opposizione al controllo e della critica pura al dominio, che i governi volevano a tutti i costi estendere sull’attivitá materiale ed intellettuale, in particolare sulla ricerca scientifica, ottennero una relativa autonomia di gestione e vi furono introdotte la pluridisciplinarità e una limitata partecipazione degli studenti ad alcuni organismi, furono altresì il luogo del rifiuto dell’ingerenza dell’apparato militare ed industriale nella vita civile.

La nuova resistenza fece il suo primo vagito negli USA nel cuore degli anni sessanta, per diffondersi in Francia, in Germania e in Italia, ma coinvolse altre nazioni del mondo. Anche l’Africa fu in subbuglio ed in molte sue regioni si infittiva la guerriglia contro l’occidente colonialista. In oriente il Laos, la Cambogia, il Vietnam erano già terreni di una guerra di occupazione impressionante, decisa proprio dall’apparato statunitense.

Se nel resto del mondo i fuochi della ribellione e della rivolta studentesca e civile si spegneranno nel corso degli anni seguenti, in Italia essi resteranno ancora accesi per tutti gli anni settanta ed alimenteranno la stagione delle grandi battaglie degli operai, degli artigiani, dei contadini (l’autunno caldo del ‘69 per antonomasia) e degli intellettuali, ma anche della gente comune incontrata sulla strada della conquista di importanti e qualificati diritti civili. Nel tempo, piccole e grandi città furono il palcoscenico di una lotta aspra e diretta Torino, Milano, Trento, Bologna, Roma, Napoli, Catania, Avola.

Ebbene, oltre ogni retorica, o operazione di nostalgia, o di reminiscenza di quel formidabile periodo, ripassare la storia e rivivere quegli anni non è un un esercizio di stile, ma uno strabiliante momento di lettura di una delle pagine più intense e travagliate della storia dell’Italia (e del mondo), affinchè da quella esperienza possa ancora essere irradiata e tenuta viva la coscienza come strumento “di integrazione del sapere e del percepire” e per non smettere di coltivare, nel nostro tempo, il seme del diritto ad una esistenza dignitosa e compiuta in tutta la sua libertà e bellezza.

Sapere, in quanto costante ricerca della verità e dello scibile; percepire, perchè dall’incontro della ragione col mondo sensibile l’individuo possa sviluppare la consapevolezza del suo agire e della storia.

Sul movimento del sessantotto è stato scritto più volte, ovviamente e canonicamente al sopraggiungere di ogni ricorrenza decennale; a volte con toni di disprezzo e persino di condanna, riducendolo ad una semplice esperienza addebitata ai cattivi maestri; altre volte con argomenti che hanno sfiorato un compiacimento d’occasione; altre ancora per celebrare un macabro rituale della fine di un’era.

Di fatto, pochissimi hanno detto e scritto su di esso con precisione storica e dovizia documentale, cogliendo il significato vero che quell’anno (quegli anni) ha avuto nella storia contemporanea sul piano della trasformazione degli usi e delle relazioni sociali e che propose un nuovo modello di rapporti interpersonali e privati; un periodo che ha contribuito alla crescita di un nuovo modo di intendere ed interpretare l’arte, il cinema, la musica, il teatro; che ha interessato persino la Chiesa, la quale si aprì ad una nuova dottrina sociale, alla teologia della liberazione. Liberazione ed Emancipazione, questi i temi che vennero sviluppati, partendo da letture di libri importanti, che passavano da Marcuse, Horkeimer, Adorno, Fromm, Sant’Agostino e dal marxismo, nel tentativo di fondare una visione del mondo diversa dall’immagine creata dalla cultura dominante, fortemente informata ai canoni del clericalismo, dell’espansione industriale, dell’opulenza e della morale borghese, e tentare così di trovare nuovi ed innovativi percorsi di analisi sociale.

Presero forma in quegli anni discipline come la sociologia, la psicoanalisi e l’antipsichiatria con le quali studiare e mettere al centro l’uomo, il suo intelletto e la sua sfera emotiva e la sua capacità relazionale nella societá, mortificato di contro dalla maniera della produzione industriale e dai gangli del profitto, per mezzo dei quali il Potere, nelle sue svariate sfaccettature, intendeva plasmare “l’uomo ad una dimensione” in una sorta di catena di montaggio, un prodotto che fosse in tal modo un oggetto imbavagliato, condizionato, sorvegliato e privo di memoria.

I principali obiettivi da raggiungere sono la perfetta sintonia tra uomo e natura, in un equilibrio dinamico ed in una simbiosi scevri dalla logica dello sfruttamento selvaggio, e la costruzione di una grande piattaforma di pace sulla quale ogni popolo possa edificare e sviluppare modelli organizzativi di democrazia diretta, di autogoverno e di autodeterminazione, per superare le barriere e i limiti imposti dagli Stati più forti, più ricchi ed egemonici.

Ridurre ai minimi termini la globalizzazione economica e finanziaria ed osteggiarne il mercato – che, oggi come ieri, stanno distruggendo il mondo mediante la concentrazione di maggiore ricchezza nelle mani delle superpotenze militari e l’accensione di nuovi e maggiori conflitti nei territori, cosicchè da un maggior disordine sia generato un controllo maggiormente dispotico sui popoli e sulle loro risorse, messi alle corde dalla crescente povertà – deve essere il motivo di una politica nuova, di un sentimento nuovo contro ogni forma di emarginazione, di repressione e di riduzione in schiavitù.

Il sessantotto è ancora questo, la sua attualitá risiede nella continua ricerca del sapere e nell’applicazione dell’etica nella forma e nella sostanza delle cose e degli eventi.

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