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venerdì 29 dicembre 2017

Il razzismo di oggi è la poverofobia

Il sindaco di Como sia una persona spregevole. Lo è per le vergognose ordinanze contro i poveri della sua città e ancora di più per le balbettanti giustificazioni che poi ha addotto. Faccio il mio dovere, obbedisco agli ordini, pardon applico la legge. Le abbiamo già sentite queste terribili parole, che nella loro banalità hanno coperto il peggiore dei mali. La legalità senza giustizia, solidarietà e umanità produce mostri.

È vero però che lì si sta davvero applicando una legge, quella di Minniti e Orlando che parla di decoro urbano e tratta di persone. Quando una legge considera i poveri un danno all’arredamento delle città, siamo già nella barbarie. “Devono sparire” urlava il poliziotto che minacciava di rompere le braccia agli inquilini sgomberati dal palazzo via Indipendenza a Roma. Come spariscono i migranti nel deserto libico grazie agli accordi che i governi europei fanno con i tagliagole del posto.

I poveri, quale che sia il colore della loro pelle, devono scomparire. La loro presenza infastidisce i bravi cittadini, che vogliono poter fare le compere, senza che qualcuno ricordi loro che quelli che vedono sono solo l’avanguardia di un popolo di 11 milioni di persone, solo nel nostro paese.

I poveri devono sparire, soprattutto nelle società che ne producono sempre di più. Non deve sparire la povertà, ma chi ne è colpito. Nell’Inghilterra del 1500 ove nasceva il capitalismo re Enrico VIII faceva impiccare i poveri a migliaia. In fondo oggi si danno solo multe e Daspo, un poco di progresso c’è stato.

Non fate gli ipocriti allora, voi che oggi vi scandalizzate per il sindaco di Como e ieri avete approvato le leggi che egli sta applicando. E i bravi Comaschi che vogliono mostrarsi più vicini alla ricca Svizzera, in fondo sono sinceri quando si offendono se gli si dà dei razzisti. Se uno sceicco di pelle scura aprisse da loro una nuova banca o comprasse la squadra di calcio, ne sarebbero ben contenti lo accoglierebbero coi più servili dei sorrisi. Solo pochi imbecilli vogliono che si discrimini per il colore della pelle, ciò che davvero conta per tanti altri è invece quanto è pieno il portafoglio.

E’ quello che succede anche in molti, troppi, paesi e città italiane, dove la mattina si scacciano barboni, rom. “vu cumprà” e “arabi”, accusati di invadere il territorio e di sporcarne l’immagine, e poi la sera si va a vedere ammirati e invidiosi il mega-yacht dello sceicco arabo attraccato alla banchina del porto, proveniente magari da un Paese sotto il suo tallone dittatoriale dal quale è scappato qualcuno dei poveri appena scacciati.

 La poverofobia è il rifiuto dei poveri, un fenomeno non certo nuovo ma che è in crescita nelle ricche società occidentali ed è sempre più manifesto nei comportamenti di chi se la prende con i migranti o di collettività e delle amministrazioni locali, come nel recente caso di Gorino o di quei sindaci che vogliono sgombrare indiscriminatamente il centro cittadino da senza tetto e “zingari”.

E’ l’atteggiamento xenofobo  e “poverofobico” che ha portato Donald Trump a giocarsi la presidenza degli Stati Uniti è lo stesso che permea la retorica anti-immigrati della Lepen o di Salvini che in realtà sottende una marcata “poverofobia” che è condivisa anche da molti amministratori “democratici” quando dichiarano i poveri e i migranti anti-estetici, magari per i turisti. E’ la paura che pervade la classe media impoverita dalla crisi del neoliberismo che ha spesso sostenuto con il suo voto e dei lavoratori senza più rappresentanza di classe che stanno scivolando verso la povertà e la continua erosione di diritti, che ora vedono come privilegi messi in pericolo da chi è più povero di loro. E’ duro e spaventevole guardarsi in quello che potrebbe essere lo specchio di un possibile futuro.

Il razzismo di oggi, quello che davvero ci minaccia e ci angoscia, è rivolto verso i poveri.

Bisogna rompere il circolo vizioso della povertà  e che questo potrà essere fatto solo tutti insieme e ritornando a quella che cattolici e musulmani chiamano misericordia e la sinistra chiama solidarietà. Con la xenofobia, con la poverofobia, la miseria vincerà, al massimo la si potrà allontanare dalla vista dei ricchi, dai lungomare dei Paesi turistici e  dai corsi commerciali delle città.

A voi incombe di far luce sul fatto che coloro che vivono in povertà sono già attivamente impegnati a migliorare la vita del loro prossimo. Noi dobbiamo coinvolgerli nella progettazione e nell’attuazione di progetti che siano di beneficio particolarmente  ai più poveri. E’ essenziale esortarli per mettere fine alla povertà sotto tutte le sue forme, dappertutto nel mondo, tenendo sempre presente l’obiettivo di non lasciare indietro nessuno. Che poi sarebbe un vecchio slogan socialdemocratico e un impegno della carità cattolica e islamica. Il sogno di giustizia terrena che non si è avverato.


Ma la poverofobia sembra una nuova e vecchissima malattia sociale difficile da estirpare perché il suo contrario è una svolta politico-culturale – e soprattutto un radicale cambiamento di paradigma economico –   che metta fine a ogni forma di povertà, ma questo esige di fare di tutto perché ogni persona si senta rispettata nel suo diritto inalienabile di essere umano e riconosciuta nella sua dignità. Possiamo tutti arricchire l’umanità della nostra conoscenza, della nostra spiritualità, del nostro sentimento di essere utili agli altri. Ciascuno di noi è artigiano della creazione comune di un mondo più giusto e più profondamente solidale.

Parole antiche, che sembrano modernissime e rivoluzionarie al tempo del razzismo esibito che, oggi come ieri,  nasconde la poverofobia frutto della paura e dell’egoismo senza più ritegno.

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