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sabato 9 settembre 2017

Libertà di espressione o di insulto? Lanciamo il dibattito

La libertà di espressione e di satira è un principio affermato da quasi tutte le costituzioni e, anzi, si può dire che un paese che non affermi tale principio non è democratico. Resta però il problema dei limiti della libertà di espressione. Soprattutto ai tempi di internet. In questa occasione non vogliamo scrivere dei limiti che le autorità vogliono porre alla critica. Ma lanciare un dibattito sulla rete, di quanto diviene libertà d’insulto, contra personam, verso un sesso o una etnia, sul modo di utilizzarla da parte dei navigatori e sul modo di considerarla da parte dei magistrati.


Ma non bisogna meravigliarsi: le cose stanno così. Il popolo dei social, è lo spaccato del popolo popolo reale. Chi non ha mai saputo articolare la propria opinione attraverso un discorso pubblico, anche perché raramente aveva la possibilità di farlo, quando si trova improvvisamente catapultato attraverso un dispositivo potentissimo come quello dei social, alla libertà di parola, non avendo gli strumenti per esercitarla, sceglie la via breve dello sfogo di pancia, dell’aggressione verbale, dell’oltraggio personale. In questo avendo, spesso, come degni insegnanti, quei personaggi pubblici che, per ragioni di status, godono della visibilità ben maggiore. E così forse, nella circolarità tra élite ed elettori, tra classi dirigenti e subalterne, si palesa lo spettacolo di un discorso pubblico e politico di bassissimo livello.

Ormai è una specie di guerra. Combattuta a colpi di verbi, aggettivi, frasi taglienti e parolacce. Ma sempre "guerra" è. Dura, selvaggia, talvolta rozza nei contenuti. Basta fare un giro in un qualsiasi forum di un giornale, blog o social network per rendersene conto: oggi tutti possono e si sentono in dovere di dire la loro su un qualsiasi argomento,  anche se molti non conoscono il tema e offendere o utilizzando un linguaggio scurrile, in barba alle leggi e al rispetto dell'opinione e della persona altrui. La verità è che la nostra società si sta imbarbarendo e tra le tante forme barbarie, questa fa davvero paura; la lingua che parliamo, i concetti che esprimiamo e il modo di farlo, sono un segnale più che significativo. Le opinioni personali, specie quelle espresse dai lettori e pubblicate da un giornale digitale, rientrano nel diritto di critica e sono concettualmente legittime. Come tali è tra l'altro impensabile pretendere che siano obiettive, dato che risentono sempre del punto di vista soggettivo di chi le manifesta. Però possono spingere a stimolare un dibattito, che se "vissuto" in maniera naturale può risultare costruttivo. Il problema è che ciò avviene sempre più di rado e anzi molte volte una discussione si trasforma in una battaglia campale virtuale dove non mancano i colpi bassi e gli interventi "pesanti", coi quali alcuni utenti credono di dare più forza alle proprie asserzioni. Ma fino a che punto è lecito spingersi nel commentare le considerazioni di un altro individuo senza per questo scadere nell'offesa personale o in un atteggiamento arrogante che impedisce un confronto civile?

Contro di loro (e non contro tutti coloro che frequentano il web, come erroneamente riportato da qualche organo di stampa), si è recentemente scagliato il semiologo, filosofo e scrittore italiano Umberto Eco. A Torino per ritirare la laurea honoris causa in "Comunicazione e Cultura dei media", conferitagli dall'università piemontese con la motivazione di essere artefice, con la sua opera, dell'arricchimento della "cultura italiana e internazionale nei campi della filosofia, dell'analisi della società contemporanea e della letteratura", l'intellettuale alessandrino ha infatti dichiarato: "i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l'invasione degli imbecilli". La competenza per il professor Eco è fondamentale perché un giudizio sia credibile e, appunto, autorevole. Ma la vita sociale evolutasi col Web 2.0 ha aperto a chiunque la possibilità di giudicare, senza vincoli, senza censura e, in taluni casi, senza "conoscenza". Noi in tal senso preferiamo non esprimerci, perché se da un lato condividiamo alcuni passaggi dell'intervento del filosofo e scrittore italiano, dall'altro siamo contrari a generalizzare i comportamenti della gente e quindi convinti che tutti abbiano diritto di dire la loro senza pregiudizi di sorta. Internet non è il "male" e anzi ha il pregio di aver consentito a milioni di uomini e donne di potersi esprimere liberamente, cosa impossibile fino a qualche tempo fa, quando potevano solo ambire al rango di lettori, spettatori, ascoltatori.

L'articolo 21 della Costituzione enuncia infatti che "tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione". Ma specifica anche che tale diritto incontra dei limiti specifici qualora l'opinione espressa giunga a ledere l'onore e la reputazione altrui. Il diritto di critica e la libertà di opinione non possono quindi essere equivocate con la libertà di offesa, di ingiuria, di diffamazione di un'altra persona. Così come la critica dovrebbe continuamente evolversi culturalmente, senza adagiarsi su certi meccanismi valutativi, sviluppando conoscenze e strumenti tali da permetterle di riconoscere ciò che si trova di fronte, alcuni lettori dovrebbero fare altrettanto, deporre le armi e iniziare non solo a motivare le proprie idee non nascondendosi dietro a epiteti gratuiti, fanatismi o saccenteria, ma anche a esporre civilmente le proprie idee, le proprie impressioni. Solo così i giudizi tutti, giusti o sbagliati che siano, manterrebbero comunque una loro fondatezza logica, e anche i voti, spesso causa scatenante di lunghe diatribe sui forum, assumerebbero un senso più rilevante. Inoltre si rivelerebbero davvero utili.


La questione, a nostro avviso, è relativamente semplice: non si possono commettere online reati che non si possono commettere nella vita reale. La diffamazione, per esempio: quella vera, non la critica legittima a fenomeni più che discutibili. Anche per il resto vale però quanto previsto nella vita reale: la libertà di espressione è un principio sacro e deve essere difeso. Sembra proprio che il positivo fenomeno della libera circolazione di idee si debba per forza accompagnare al fenomeno negativo di condirlo spesso con insulti e falsità (e quasi sempre in casa d’altri). Il compito è sempre più impegnativo e porterà, se non cambieranno gli atteggiamenti, alla chiusura di sempre maggiori spazi divenuti ormai ingestibili. Per la libertà di espressione non sarà un giorno glorioso.

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