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venerdì 1 settembre 2017

Ecco Le “nuove” politiche UE sui migranti: lager in Niger e Ciad, soldi alle mafie

Non però attraverso politiche di cancellazione del debito o di aiuto allo sviluppo, ma in bieco stile neo-coloniale: sembra questa la strategia e la logica di cui parla Gentiloni quando a “soluzione europea” affianca “presenza di militari sul campo”.


L’idea italiana ed europea, discussa in queste ore tra Gentiloni, Macron, Merkel, Rajoy e i ministri di Ciad, Mali, Niger e Libia in un vertice a Parigi sembra ricalcare le classiche politiche seguite alla decolonizzazione, quando i vari fantocci al governo nei paesi africani venivano lautamente finanziati per obbedire ai voleri dei loro omologhi europei.

Un modello esportato anche in altri contesti, come nell’infame accordo con la Turchia sui migranti, e che potrebbe essere riprodotto con l’offerta di 6 miliardi di euro complessivi alle fazioni di Al-Serraj e Haftar per unificare il paese almeno sotto il profilo del controllo delle partenze.

L’unità libica viene di fatto comprata, approfondendo ulteriormente la definizione del paese nel senso di un gate verso i lidi del mediterraneo settentrionale: verranno distribuiti fior di quattrini anche alle comunità locali libiche per affiancare le istituzioni centrali nel loro ruolo di gendarmi.

Il confine dell’Unione Europea si allargherebbe cosi ulteriormente a sud, ma il piano è ancora più ambizioso: consiste nel foraggiare anche le polizie dei paesi sub-sahariani come Niger e Ciad, per inasprire i controlli e scoraggiare le partenze, anche attraverso l’istituzione di campi di concentramento mascherati da hotspot, come quelli già attivi in Libia.

Alla faccia della “solidarietà” e dell’impegno “morale” di cui parla il neopresidente francese, è difficile che si produrrà sviluppo e si combatteranno le mafie dei trafficanti. Quei soldi verranno probabilmente spartiti tra clan per pacificare la situazione nell’immediato, dando a questi un enorme potenziale di ricatto derivante dalla gestione dei flussi.

Il tutto con l’obiettivo non di eliminare le partenze, ma di limitarle, di contingentarle, per riuscire ad avere sia la forza-lavoro necessaria alla tenuta delle economie europee, sia a nascondere agli occhi di una opinione pubblica sempre più orientata alla guerra tra poveri il disturbo della presenza della marginalità visibile sotto i loro occhi.

Non si vuole chiudere la rotta del Mediterraneo Centrale, ma semplicemente renderla più difficile da attraversare, forgiando in senso estremamente docile e subalterno quei pochi che riusciranno ad attraversarla.

Le potenze europee hanno quindi trovato l’accordo collettivo sull’immigrazione: non ripartire equamente il gestibilissimo flusso di migranti nei diversi paesi, bensì costruire nuovi steccati e muri direttamente nei paesi di partenza, al probabile costo di migliaia di vite e di un inasprimento dei regimi di sicurezza locali.

Una politica di appoggio ai peggiori rais che in passato stimolò le esplosioni rivoluzionarie arabe, e che oggi, mentre infuria ancora la battaglia in Siria e il Mediterraneo Meridionale e Orientale è profondamente instabile, rischia di provocare solo ulteriori tragedie.

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