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martedì 29 agosto 2017

#RedditodiInclusione, Il nostro commento

Il governo ha oggi varato il “reddito di inclusione” spacciandalo come “un sostegno alle famiglie più deboli”. Ma abbiamo imparato da decenni a non bere stupidate propagandistiche di questo genere. Gli elementi critici sono troppi e tutti facili da individuare. Vediamoli insieme





L’ISTAT calcola la stima della povertà secondo due distinte misure: povertà assoluta e povertà relativa. I dati del 2016 stimano che:

• gli individui che vivono in povertà assoluta ammontano a 4 milioni e 742mila (7,9% della popolazione) e riguardano 1 milione e 619mila famiglie (6,3% delle famiglie residenti);

• gli individui che vivono in povertà relativa ammontano a 8 milioni 465mila (14,0% della popolazione), per un totale di 2 milioni 734mila famiglie (10,6% delle famiglie
Chi colpisce di più

La povertà, sia assoluta che relativa, colpisce soprattutto la famiglie numerose, con 4 o 5 e più componenti e con minori, la famiglie giovani dove la persona di riferimento ha meno di 35 anni e il cui titolo di studio posseduto è al massimo la licenza elementare.

I working poor

Le famiglie in povertà assoluta la cui persona di riferimento può contare su un’occupazione (working poor) rappresentano il 6,4% (il 10,2% se si considera la povertà relativa) e particolarmente sfavorite risultano le famiglie di operai assimilati (12,6% in povertà assoluta e il 18,7% in povertà relativa), mentre tra i non occupati è colpito soprattutto chi è in cerca di occupazione (23,2% in povertà assoluta e il 31,0% in povertà relativa).


a) Il Reddito di inclusione (Rei) sostituisce altre due forme di sostegno al reddito (il Sostegno all’inclusione attiva – Sia – e l’Asdi, l’Assegno di disoccupazione), ricalcando di fatto le caratteristiche del primo.

b) L’importo del Rei è decisamente miserevole – dai 190 fino ai 485 euro – e molto inferiore all’attuale (e insufficiente) Assegno di disoccupazione, che corrisponde invece “al 75% della retribuzione media mensile imponibile ai fini previdenziali degli ultimi quattro anni”; un cifra variabile con il llivello della perduta retribuzione, tanto che la stessa legge imponeva un limite (“l’importo della prestazione non può superare il limite massimo di 1.300 euro”) e una riduzione del 3% ogni mese per “incentivare la ricerca di una nuova occupazione”).

c) I requisiti particolarmente restrittivi per l’accesso alla prestazione (come per l’attuale Sia; unica differenza il livello dell’Isee, ora a 6.000 euro invece che a 3.000) e le “condizionalità” (mettersi in mano ai servizi sociali, nel frattempo ridotti alla paralisi a causa dei tagli al bilancio).

d) Le risorse finanziarie ridicole (1,7 miliardi), sufficienti per poco più di mezzo milione di famiglie (il “familismo” è la filosofia dominante di questa misura); lo stesso governo dice di sperare bastino per “660mila”.

In pratica, il Rei non si discosta molto dalla famosa “social card” di Giulio Tremonti.

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