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sabato 19 agosto 2017

ORA A CHI TOCCA??

La dinamica dell’attacco terrorista a Barcellona è simile a quanto avvenuto in altre metropoli europee come Nizza o Londra ma lo scenario che apre è diverso e inquietante. Ad essere colpito è un paese del blocco occidentale, membro attivo e allineato della Nato ma non in prima fila nella “guerra sporca” scatenata negli ultimi anni in Medio Oriente da Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti. Una situazione più simile all’Italia fino al 2011 ma che adesso conferma come nessun paese – tantomeno quelli dell’Europa meridionale – possano considerarsi al di fuori della guerra globale asimmetrica in corso da anni.

L’Isis – o Daesh per gli arabi – ha rivendicato l’attentato di Barcellona coprendo così politicamente un attacco che sembra essere più essere il risultato di una pianificazione che il gesto di un “lupo solitario”. Era stato così anche per le stragi di Madrid, quasi quindici anni fa, che fecero 190 morti. La Spagna si interroga sul perché sia finita al centro del mirino ma le risposte che riesce a darsi non sono esaurienti.

Spagna e Italia, sono diventate (loro malgrado) la prima linea di “ascari” con cui il blocco occidentale – e l’Unione Europea in particolare –  si scontra con l’ebollizione sociale e demografica del sud del mondo. Gli spostamenti di profughi causati dalle guerre, dalla dissoluzione degli Stati esistenti provocata e ottenuta dagli interventi occidentali, da siccità o insopportabilità delle condizioni di vita sono enormi, e solo in minima parte riescono a raggiungere le coste settentrionali dell’Africa per cercare di passare in Europa. Ma è proprio qui che si trovano di fronte il muro costruito da Spagna e Italia. Più consolidato il primo, più recente il secondo.

Per la Spagna il compito è facilitato dalla sopravvivenza di due enclave coloniali a Ceuta e Melilla sulla costa africana. L’Italia ha invece riempito il mare e le coste libiche con un blocco navale, ed ora terrestre, con il compito di fermare chi fugge, con ogni mezzo e senza alcuna remora morale sui mezzi adottati. Tutti i testimoni scomodi sono stati allontanati.

Questo mondo dunque va sempre visto da diverse prospettive per ricavarne una sintesi attendibile. In Spagna e in Italia si chiede e si vuole che il mondo di sotto venga fermato lì dove sta e senza scrupoli. Il mondo di sotto guarda gli Stati europei e ne vede ormai solo i muri, le navi, gli accordi indicibili con regimi o signori della guerra che fanno il lavoro sporco in cambio di soldi. Sembra uno dei romanzi distopici di Valerio Evangelisti, ma è la realtà.

In questo contesto agiscono le organizzazioni jihadiste che hanno gioco facile nell’indicare nei paesi europei la causa dei mali che affliggono Africa e Medio Oriente. L’Isis ha spesso richiamato anche la riconquista di El Andalus, cioè della Spagna conquistata e vissuta dai musulmani per più di sette  secoli.

Ma la guerra ha bisogno delle sue vittime e le vittime non possono che essere i civili che affollano le metropoli europee come le coste africane o i barconi con cui cercano di lasciarsele alle spalle.

Quando scriviamo che le guerre sono le vostre ma i morti sono i nostri, intendiamo descrivere e denunciare una realtà ben visibile ma occultata dai governi, dai loro apparati ideologici (di stato e “privati”). E’ dal 1991 che le potenze occidentali hanno sistematicamente disgregato gli equilibri esistenti nel sud del mondo per poterne trarne vantaggi in termini di risorse, controllo della forza lavoro, creazione di paradisi esclusivi per il turismo d’elite e di massa. Avevano sperato che potesse essere un gioco facile, una asimmetria gestibile anche con repentini cambi di alleanze, con finanziamenti a geometria variabile e – quando necessario – interventi militari di maggiore o minore rilievo.

Se mettiamo  in fila Iraq, Somalia, Sudan, Eritrea, Etiopia, Mali, Repubblica Centroafricana, Ghana, Burkina Faso, Sierra Leone, Liberia, Costa D’Avorio, Ciad ed infine Libia e Siria, troveremo nella storia recente di questi paesi la pesante traccia del tallone di ferro lasciata da francesi, britannici, italiani, spagnoli, statunitensi.

I network della jihad giocano una doppia partita: una contro l’occidente, l’altra una competizione interna. Quest’ultima vede in particolare l’ambizione dell’Isis e di Al Qaida ad essere la vera guida della jihad globale del XXI Secolo. Entrambe prima alimentate dalle potenze occidentali, poi combattute, in un gioco di alleanze a geometria variabile che produce più risentimenti che stabilità.

Al Qaida appare più strutturata e con maggiore esperienza. La sua rete, nonostante i colpi subiti, ha maggiore esperienza anche nel colpire i territori metropolitani delle potenze coloniali. L’Isis ha tentato la carta della statualizzazione del Califfato, dandogli anche una strutturazione territoriale a cavallo tra Iraq e Siria. Entrambe usano i mass media e il terrore come arma di combattimento, producendo effetti non troppo dissimili dai bombardamenti missilistici o aerei delle potenze occidentali sui paesi del medio oriente o africani. Il terrore è terrore, e a pagarne le conseguenze sono soprattutto i civili, innocenti ma ritenuti sempre meno inconsapevoli dai due eserciti contrapposti.

Infine, ma non per importanza, c’è la domanda che tutti si pongono: se hanno colpito Barcellona quando toccherà all’Italia? E su questo occorre ammettere che l’attentato terroristico di Barcellona ha risvegliato molti dal sogno in cui si stavano cullando.  La domanda torna sempre più attuale dopo ogni nuovo attacco ma la risposta è complessa e va dall’efficienza dei servizi segreti italiani sino alla storia del nostro Paese dove non ci sono banlieue o comunità in grado di fornire un retroterra dove crescere agli aspiranti terroristi e alla loro rabbia, passando per la politica che l’Italia mette in campo sui migranti e in Medio Oriente. Ingredienti che hanno fatto del nostro Paese, sinora, un posto sicuro. Ma quanto potrà durare, se potrà durare?

L’Italia, Roma e praticamente tutte le altre città del nostro Paese sarebbero un obiettivo perfetto per il terrorismo. Ci sono nelle nostre città tutti gli elementi in grado di attirare i macellai del terrore: i lascivi costumi occidentali nelle località di vacanza e nelle città d’arte, le basi militari ed economiche sparse da Nord a Sud della penisola di un ricco Paese del G7 che partecipa alle missioni internazionali – compresi per dire Afghanistan ed Iraq – e, ciliegina sulla torta, il simbolo degli infedeli e delle religioni corrotte e cioè il Vaticano.

L’Italia, Roma in particolare, rappresenterebbe un obiettivo jackpot per il terrore, e non è infatti un caso che la Città Eterna e il nostro Paese siano stati citati più d’una volta nella propaganda dello Stato Islamico. Saremmo quindi un obbiettivo perfetto e ci troviamo invece ancora una volta a commentare l’orrore compiuto altrove. C’entra, certo, la fortuna. Ma non è solo questione di buona o cattiva sorte.

Da tempo si ripete un po’ a pappagallo che almeno parte del merito della situazione italiana è figlia dell’efficienza dei nostri servizi segreti. Servizi italiani che sono stati in passato protagonisti di alcune delle pagine peggiori della storia italiana ma a cui viene universalmente riconosciuta un’ottima capacità operativa. E servizi che godono e sfruttano ancora quei rapporti privilegiati creati in Medio Oriente quasi 50 anni fa. Pochi ricordano, forse, come fosse l’Italia negli anni ’60 e ’70 in particolare a fare da Paese ‘mediatore’ tra la ricca Europa, l’Occidente e il Medio Oriente, palestinesi in testa. Un ruolo che ci eravamo ritagliati per scelta, ma anche perché costretti o comunque fortemente condizionati dalla posizione geografica del nostro Paese, e un ruolo che ancora oggi dà i suoi frutti.

Il lavoro dei servizi e delle forze di polizia, da soli, però non basterebbero a spiegare l’incolumità dell’Italia. A questo va aggiunto un ingrediente demografico. Non esistono in Italia quelle grandi comunità di stranieri provenienti dal Nord Africa, dal Medio o dall’Estremo Oriente. Comunità che invece esistono nei Paesi che hanno una lunga storia coloniale come Francia e Gran Bretagna e che creano quelle sacche di malessere in cui le seconde e terze generazioni di immigrati possono coltivare la loro rabbia, aiutati e fomentati da cattivissimi maestri come possono essere imam o fanatici religiosi in generale.

E poi la politica italiana di oggi, terreno meno spesso chiamato in causa ma che ha il suo peso. Per spingere qualcuno ad uccidere senza pietà, lanciando camion e furgoni sino sui passeggini, con il rischio di morire lui stesso, bisogno imbottirlo d’odio e fargli odiare al di sopra di ogni cosa il Paese che vuole colpire. E noi, tra mille polemiche, siamo quelli che pagano i riscatti per i concittadini rapiti in zone di guerra, siamo quelli che, seppur con l’esercito, creano buoni rapporti con le popolazioni locali e, non ultimo, siamo quelli che nel Mediterraneo hanno salvato decine di migliaia di iracheni, siriani, marocchini, algerini… Da noi quindi è raro trovare un potenziale terrorista che abbia uno zio, un nonno o un amico con una storia d’emarginazione decennale alle spalle mentre è molto più facile trovare qualcuno che sia stato salvato o che abbia un amico salvato dalle navi del nostro Paese. 

Il non voler sapere, vedere, sentire quanto sta accadendo e accadrà nel Mediterraneo o sulle coste libiche, per rimuovere dalla nostra esistenza quotidiana una realtà che ha tirato fuori il peggio dalla società italiana, sia a livello istituzionale che nel senso comune popolare.

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