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lunedì 28 agosto 2017

Dovreste essere terrorizzati dai cambiamenti climatici, non dai migranti

Invece di sparlare sull'accoglienza migranti, invitiamo a fare il punto sul disastro ambientale in atto, c'è di che essere terrorizzati. Non è tanto il caldo, perché l’aumento della temperatura si sente ma non si vede. Ciò che colpisce l’immaginario collettivo è l’assenza di acqua lì dove c’è sempre stata. 



In questi mesi l’Italia ha scoperto uno dei possibili effetti del cambiamento climatico, per troppo tempo trascurato: una devastante siccità. Incendi che si propagano con velocità allarmante nel sottobosco secco, laghi ridotti a pozzanghere mentre gli alvei dei grandi fiumi emergono in tutto il loro candore. Anche il sistema delle dighe alpine è allo stremo; esasperata in molti casi da una gestione personalistica dei consorzi di bonifica, da una rete di acquedotti storicamente ridotta a colabrodo e da sistemi di irrigazione anacronistici che disperdono più di quanto innaffino, la siccità colpisce severamente agricoltura e allevamento, con danni che Coldiretti stima attorno ai 2 miliardi di euro.

Il rapporto ISPRA
L'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) ha pubblicato il consueto aggiornamento del rapporto “Gli indicatori del clima in Italia” che illustra l’andamento nel corso dell’anno appena trascorso e aggiorna la stima delle variazioni climatiche negli ultimi decenni. Rispetto al trentennio di riferimento (1961-1990), il 2016 ha fatto registrare un aumento della temperatura media di 1.35°C, leggermente superiore all’incremento di +1.31°C di quella globale. A differenza di quest’ultima, che per il terzo anno consecutivo ha stabilito un nuovo record, il 2016 è il sesto anno più caldo della serie storica italiana, il cui primato è stato stabilito nel 2015. Eccetto il mese di ottobre nelle regioni settentrionali tutti i mesi del 2016 sono stati più caldi della norma. Se durante l’estate non si sono verificate ondate di calore particolarmente intense o durature, la stagione invernale è stata caratterizzata da anomalie termiche piuttosto marcate, con un aumento della temperatura media pari a +2.15°C. In altre parole, a cambiare non è tanto la stagione estiva quanto l’inverno, caratterizzato da un numero minore di giorni freddi e temperature più alte. Tuttavia, l’aspetto più rilevante del 2016 è stato proprio la persistenza di condizioni di siccità; la seconda metà dell’anno è stata caratterizzata da periodi prolungati di carenza o addirittura assenza di piogge in diverse regioni, che a fine anno hanno portato le risorse idriche a livelli mediamente molto bassi. Le precipitazioni annuali sono state complessivamente inferiori alla media di circa il 6%: il carattere prevalentemente secco del 2016 è confermato dal valore medio nazionale di umidità relativa, che con un’anomalia media di -2.4% rappresenta il quarto valore più basso dal 1961. Al contempo, non sono mancati gli eventi estremi anche di forte intensità e durata che hanno colpito particolarmente la Liguria e il Piemonte alla fine di novembre.

Quale clima?

Le osservazioni sull’aumento dei gas serra sono consistenti, mentre le altre spiegazioni proposte per spiegare il cambiamento dei parametri atmosferici insoddisfacenti. Il Mediterraneo è posto sul bordo di transizione tra due zone climatiche, con caratteristiche molto diverse. A seconda delle oscillazioni stagionali il confine si sposta: in inverno la nostra penisola è perlopiù compresa nella fascia temperata, in estate in quella subtropicale, caratterizzata da una spiccata siccità. L’intensificarsi del cambiamento climatico promuove lo spostamento verso nord della cella di Hadley e con essa dell’anticiclone africano che si traduce nel rischio di desertificazione per le regioni più meridionali del Paese e nella tropicalizzazione delle rimanenti. Non è questione di alcuni giorni particolarmente caldi o dei millimetri di pioggia caduti. Il cambiamento climatico è un gioco di statistiche e le risposte sono fornite in base alle probabilità. Ciò che c’è di certo, è che sta avvenendo. Lo scenario elaborato dalla Divisione Modelli Regionali e Impatti al Suolo del CMCC relativo al trentennio 2021-2050 delinea per il nostro Paese un aumento dei periodi di siccità e in più in generale una diminuzione delle piogge, in particolare di quelle estive anche del 20% rispetto al clima attuale.

Segni premonitori
La catastrofe imminente, o meglio dell'apocalisse che è già iniziata, perché il punto di non ritorno è un crinale che si supera in sordina, nessuno sa con esattezza in che momento accadrà o è già accaduto. Lo scorso mese nella zona di 'Larsen C' in Antartide, si è aperta un crepa profondissima lungo una lastra di ghiaccio grande all'incirca come il Lazio e seimila metri quadri hanno cominciato ad andarsene a spasso e sono destinati a sciogliersi presto o tardi, andando a contribuire all'innalzamento del livello dei mari. A Roma è arrivata con la siccità la crisi idrica: il lago di Bracciano ha rischiato di scomparire. Colpa senza dubbio delle tubature colabrodo e di una società per azioni più interessata all'aumento dei dividendi che alla tutela dei cittadini e dell'ambiente. Per un soffio, l'acqua non è stata razionata nella capitale: merito non certo delle piogge – di questa neanche l'ombra – né di tempestivi provvedimenti. Semplicemente i prelievi dal lago sono stati autorizzati, anche se in forma contingentata, per un altro mese. È poi arrivato Lucifero (quando e chi ha iniziato a dare i nomi a questi benedetti anticicloni africani!) e gli incendi, una canicola lunga dieci giorni attorno ai 40 gradi. Un caldo boia.

Cambiare il sistema non il clima

Siamo perfettamente consapevoli del disastro del ciclo dei rifiuti romano e della sostanziale inpotenza dei miei sforzi. Come siamo consapevoli che il fatto che i comportamenti individuali, anche quando sono sommati a milioni, non cambiano le cose. Per cambiarle serve ovviamente andare all'origine del problema: il capitalismo. “Cambiare il sistema non il clima”. Serve dunque fare la rivoluzione. Senza rinunciare alle nuove abitudini, per non consegnare all'innocuo ecologismo dei soli che ridono e della borghesia da supermercati bio, l'impellente necessità di mandare in soffitta il consumismo e soprattutto la smania di produrre merci (e bisogni) inutili per produrre ricchezza.

Dovreste avere paura di tutto ciò, non di un centro d'accoglienza

Il cambiamento climatico non è un evento ipotetico che appartiene a un futuro remoto ma un fenomeno attuale e sfuggente con cui dobbiamo imparare a convivere. Siamo impauriti dalle conseguenze materiali, qui e ora, non chissà quando. Come sia possibile che non ci siano predicatori per strada che vaticinano l'apocalisse, mentre chi ci circonda ha paura dell'accoglienza e di poche migliaia di migranti che attraversano il Mediterraneo. Com'è possibile che c'è qualche cretino che vuole difendere l'identità italiana e si sbrodola addosso su sostituzione etnica e altre panzane simili. E cosa c'è di più italiano del cibo, del Made in Italy? Eppure rischiamo che nell'arco di qualche decina di anni un intero patrimonio di cultura materiale si perda assieme ai cambiamenti climatici. Non vi fa paura tutto questo? Davvero vi fate mettere il tarlo nell'orecchio degli immigrati dagli imbonitori di odio, quando la pianura Padana è lì lì per finire sott'acqua? La paura è una cosa concreta, un sentimento che produce conseguenze sulle nostre vite, produce politiche e norme. Ma com'è possibile che non avete paura dei cambiamenti climatici? Perché noi ne abbiamo. Eccome.

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