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mercoledì 23 agosto 2017

Cronaca e riflessioni su #ischiaterremoto

La tragedia del terremoto di Ischia ha assunto tinte drammatiche non solo nella sostanza ma anche per il modo in cui essa si è sviluppata per quello che riguarda il flusso di informazioni.

All’inizio i post su Facebook di qualche tuo amico: una scossa forte, che si è sentita, ma niente di così grave. Ti informi e vedi che anche all’inizio di Settembre del 2016 una scossa di piccola magnitudo ha causato molta paura tra i villeggianti e gli abitanti dell’isola. Vieni a conoscenza del fatto che l’epicentro delle scosse è spesso a poca profondità per cui anche scosse di piccola magnitudo possono provocare dei danni e mettere gli abitanti in uno stato di preoccupazione.

Fin qui tutto normale. Viene diffuso il dato relativo alla magnitudo (3.6 gradi Richter) e alla profondità (10 chilometri). Una bella scossetta ma niente di grave allora. La profondità è maggiore di quella dell’anno precedente. La Regione ha subito mandato i suoi missi dominici a controllare la situazione.

Poi il morto, i crolli, l’ospedale inagibile, gli elicotteri verso il Cardarelli, le persone che vogliono nella notte andare a confortare o a dare una mano ad amici, parenti e semplici conoscenti che pagano regolarmente quasi venti euro alle compagnie di navigazione (come se stessero andando a fare due bagni). Infine il dato dell’Ingv che viene corretto (magnitudo 4.0 e profondità 5 km). Insomma il teatro dell’assurdo. E a quel punto sbottiamo:

Pensi che il fatto che un terremoto di magnitudo 4.0 causi una emergenza sociale così drammatica non si può attribuire solo alla poco profondità dell’epicentro. C’è un abusivismo edilizio feroce ma soprattutto c’è lo sfacelo promosso dai governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, governi che hanno accettato la logica dell’austerity e dei tagli senza nel contempo agire sulle ragioni dell’inefficienza istituzionale sempre esistita. Da parte di noi tutti c’è poi una passività sociale che terrorizza, un’assuefazione quasi narcotica.

E rifletti sul fatto che Ischia ha niente meno che sei Comuni (recentemente si è proposto di accorparli in uno solo ma pare che pochi ischitani siano d’accordo) ed un solo ospedale pubblico fino alla scossa di ieri degno di questo nome. Un ospedale pubblico costruito da un industriale del Nord, l’editore Angelo Rizzoli e dedicato alla moglie defunta. E ti chiedi allora se Ischia sia mai appartenuta allo Stato italiano e se appartengono allo Stato italiano tante isole e tante località turistiche costruite dalla volontà di pochi spesso nemmeno buoni. Posti dove la speculazione edilizia è spesso il rovescio della “vocazione turistica”, del lavoro frenetico di uno sciame di cavallette che conosce solo l’economia e non le diseconomie. Posti dove lo Stato non c’è e non lo si vuole. Dove il giorno dopo ci si lamenta giustamente delle prenotazioni saltate, dei telefoni che non squillano, dell’economia che si è fermata. Posti dove tutti corrono come i ragazzini del bar. Posti dove la politica si va a fare il bagno, e basta.

Rifletti anche sul fatto che in questi posti la rilevazione sismica forse è guasta e dunque l’Ingv si è dovuto arrangiare. A voglia a sfottere gli antivaccinisti e quelli delle scie chimiche. Se lo stato non mette i soldi pure la scienza dà i numeri e fa figure misere. Se adesso devo andare a Napoli per ricoverarmi, io ischitano posso pure pensare che la tisana di ortica sia meglio del farmaco salvavita e posso elogiare le virtù anticancerogene del limone. Perché forse sono mortificato. Forse perché piuttosto che portarmi all’ospedale il catetere comprato in farmacia preferisco fare finta che basti la fede.

E rifletti ancora sul fatto che la piccola proprietà è incapace di prevenire, investire realmente sul bene rispettando la legge. Questa polverizzazione litigiosa non ha molto tempo davanti a sé. E la legge assieme alla pressione fiscale sta diventando il filtro grazie al quale i piccoli proprietari saranno divorati dalle grandi aziende immobiliari. E, del resto, se lo Stato vende le piccole isole ai privati perché non dovrebbe favorire la concentrazione immobiliare? E cosa impedisce all’isolano che ha questo Stato di fronte di fare speculazione edilizia finchè può? Il patto già non c’era mai stato (e i governi vivevano di questa separazione in casa) ma ora il patto viene avocato da una parte sola in nome della legge ma non nell’interesse pubblico. Grazie ad uno Stato che si è autodeposto i cittadini tradiscono se stessi e gli altri in una microconflittualità senza quartiere. Le cavallette corrono senza guardare chi calpestano nel frattempo.

E abbiamo voglia a fingere che possiamo rimboccarci le maniche. Spesso si favoleggia l’iniziativa dal basso, quella che sarebbe stata il culmine di un processo di democratizzazione radicale della politica. Invece si tratta dell’occupazione degli spazi lasciati vuoti dallo Stato in ritirata. Si metteranno toppe per tutto il tempo, si allacceranno fili, interi impianti (elettrici, idraulici), si faranno corsi, si parlerà, si progetterà, si riattaccheranno essenzialmente cocci. Poi quando i vuoti saranno puliti, depurati, arricchiti di luce e di ornamenti, verrà di nuovo il proprietario che dovrà vendere. E caccerà gli occupanti. O, peggio ancora, li coopterà. In quest’ultimo caso non si potranno rivendicare nemmeno le esperienze. Non si potrà nemmeno dire che abbiamo fatto proprio un insieme di conoscenze utili per il futuro. Perché non si avrà nemmeno il coraggio di raccontare.

La prevenzione delle catastrofi naturali non è la buona volontà che si esprime al momento della disgrazia. Presuppone uno sguardo nel lungo periodo, una grande capacità di investimento, una forte interdisciplinarità a livello scientifico, una capacità di far interagire scienza e domande sociali, una mobilitazione capillare della popolazione, un rinnovato senso della legge e una tensione fortissima ad applicarla nella direzione della giustizia sociale.

Abbiamo bisogno dello Stato. Abbiamo bisogno di una istituzione democratica che possa indebitarsi con i propri cittadini, tassarli per il benessere di tutti e non per pagare gli interessi del debito alle banche. Abbiamo bisogno di una istituzione democratica che abbia tutti gli strumenti per monitorare il territorio, per pianificare la politica industriale, per gestire i flussi energetici, per formare le generazioni future, per garantire la salute dei cittadini, per promuovere maggiore occupazione, per fornire un salario sociale a chi non ha trovato una collocazione sul mercato del lavoro.

Questa Europa può essere quello Stato? Quanto tempo ci vorrà perché lo sia? Chi è pronto a scommettere che questo avverrà in tempi ragionevoli e non nel lungo periodo in cui saremo tutti morti?

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