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lunedì 19 giugno 2017

Religioni? un demone da esportare

La storia delle religioni può anche essere letta e interpretata come il ventaglio aperto delle risposte alle varie malattie dell’anima che i singoli popoli hanno sentito come dominanti e nelle quali si sono – per così dire – riconosciuti.


Sarebbe interessante poter ristudiare sotto questa ottica l’intera storia delle religioni. Quale mai sarà la malattia (o il demone prevalente) che ha provocato la risposta religiosa dell’islam, quale quella all’origine del buddismo, quale problema è stato preso in carico dal cristianesimo, dalle varie sette gnostiche, dal dionisismo, ecc.? Depressione, bulimia, impotenza, schizofrenia, paranoia e tutte le altre con il loro sofferente corteo dove hanno trovato il loro luogo speciale di predilezione? Dove e da chi rispettivamente è stato esercitato lo sforzo maggiore per predisporre una risposta alla minaccia che a volta a volta era percepita come la più aggressiva?

Questo genere di studio sarebbe un modo di utilizzare l’analisi psichica per scoprire la natura profonda di una formazione storica. Sarebbe quasi un proseguire nella maniera di Gianbattista Vico che nelle Guise della storia dei popoli rintracciava la proiezione delle caratteristiche tre età del singolo uomo.

Ma in verità, al fondo, si tratterebbe ancora dell’antica teoria elaborata dagli sciamani, per la quale, infatti, ognuno si orienta verso i demoni responsabili della propria malattia.

Così, un movente ineluttabile avrebbe spinto all’incontro con certi dei e certi demoni e non con altri. In ogni religione si vedrebbe la specifica scelta fatta o subita; in ognuna si riconoscerebbero i potenti dei quali si è sentita l’attrazione.

Non sappiamo se ci sia stata una fase originaria nella quale non si inseguivano malattie particolari ma soltanto una malattia generale. Del resto saperlo non cambierebbe la nozione che abbiamo delle singole religioni, le quali in effetti hanno pur sempre organizzato visioni generali del mondo; non è la visione generale che è mancata, il punto si è che è stata elaborata attorno a un centro di gravità specifico (in corrispondenza di una singola malattia dell’anima), anche se ogni religione ha costruito una visione generale lo ha fatto costretta dall’orientamento di un disagio determinato.

Tutto ciò denuncia che si tratta di religioni della paura e della sudditanza, religioni vissute da un uomo che si sente aggredito e ha paura, in cui in ultima analisi ci si inchina al dio del male.

Ciò non è inevitabile e necessario, perché ci sono religioni della gioia e della libertà, in cui al contrario il dio è luce e vita e esplosione di forza creativa. Potremmo dire che ci sono religioni del sì e religioni del no.

In queste ultime, l’uomo si trova di fronte a un muro invalicabile e si prostra ai piedi di un nemico potente; nelle altre, l’uomo sta in piedi. Alcuni dei esigono una devozione totalmente passiva eaccompagnano la propria richiesta con minacce, sofferenze e mali che appaiono suscettibili di poter essere guariti o evitati soltanto soggiacendo al loro unilaterale capriccio.

Presso la maggioranza dei popoli, il dio si è presentato con il volto del male ineluttabile; in altri, rarissimi, il dio è stato gioia e vitalità.

In effetti, l’umanità per la quale gli dei hanno l’aspetto del male non è una umanità libera bensì una umanità decaduta e snervata.

I grandi teorici moderni della religione hanno intepretato il fenomeno religioso riferendolo alla debolezza del cuore umano; anche Rudolf Otto, autore del noto fondamentale studio sul sacro, considerato per questa ragione il fondatore della moderna antropologia religiosa, ritiene che l’originale e strutturale impulso della psiche alla religione sia basato sulla paura e sullo stupore passivo. Timore e tremore, aveva già detto Sören Kierkegaard, di fronte a un dio assurdo e abissalmente incomprensibile e incommensurabile.

In ogni caso, le religioni che hanno l’inconfondibile profilo di nascere sotto la paura del male sono congeniali con una umanità decaduta e per questo, infatti, concepiscono una dottrina secondo la quale l’uomo perde potenza e viene inchiodato a una condizione miserevole fin dai primordi.

Ora, tutte queste organizzano da sùccubi una risposta a uno dei mali, ovvero a una delle facce del male – quella con la quale esso a volta a volta a seconda della sensibilità dell’epoca si impone -.

Naturalmente, nessuna di esse risolve il problema dell’uomo, non può e – si direbbe – non vuole. La soluzione non si trova in esse, bensì sta nel rovesciamento radicale della loro impostazione iniziale e dello spirito infelice di sudditanza da cui prendono origine.

Una religione della gioia e della vita comporta invece una svolta nella psiche e il pieno dispiegamento della coscienza della libertà.

Ciò è raro e difficile, come si vede studiando la storia delle civiltà, perché la conquista della libertà comporta dei rischi mortali di fronte ai quali i più arretrano.

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