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giovedì 1 giugno 2017

L'Europa ci chiede la contrattazione collettiva, PD e stampa tacciono

Per la Commissione non c’è quindi, ad oggi, “base per portare avanti una procedura per squilibri, purché ci sia una implementazione piena delle riforme”. Nulla di nuovo, se prendiamo come dato ormai assodato il non trascurabile cambio di linea della Commissione sul controllo dei bilanci pubblici dei paesi più “deboli” dell’area monetaria europea, finalizzato alla concessione di un discreto margine di apprezzamento a riguardo della situazione ciclica dei singoli paesi.


Quello che colpisce, e che forse non casualmente ha goduto di poco spazio nei nostri media, è la natura delle raccomandazioni che Bruxelles ha allegato al rapporto riguardo le riforme da mettere in campo per l’anno 2018 e la conseguente reazione del governo italiano a guida PD: oltre ai consueti richiami per l’eccessiva lunghezza dei processi per la giustizia civile e l’invito a fare di più nel contrasto alla corruzione, si chiede di agire sui Npl (Non performing loans), ossia le attività che non riescono più a ripagare il capitale e gli interessi dovuti ai creditori (il riferimento è chiaramente rivolto alla difficile situazione creditizia di alcuni importanti istituti di credito italiani, chiedendo nella sostanza al governo di prendere misure per accelerare la riduzione dell’ampio stock di crediti inesigibili o Npl presenti all’interno dei bilanci delle banche).

Ma anche qui siamo nel campo dell’ordinario, infatti il governo ne ha preso atto impegnandosi a fare il possibile. L’attenzione andrebbe invece rivolta alle ultime due raccomandazioni, per certi versi imbarazzanti per un governo che vanta al suo interno esponenti che continuano, incuranti del ridicolo di cui si ricoprono, a definirsi di “sinistra”.

La prima “raccomandazione” su cui vale la pena soffermarsi è la richiesta di una reintroduzione dell’Imu sulla prima casa per i redditi più alti, cioè banalmente recuperare parte delle risorse di cui l’Italia avrà bisogno per mantenere un minimo di solidità nei conti pubblici per il prossimo anno, partendo dai più ricchi e, ancora più nello specifico, dalle posizioni di rendita, cercando così di intaccare il meno possibile la debolissima ripresa economica che caratterizza in questa fase l’economia italiana.

Una proposta di buon senso, neanche necessariamente di sinistra, ma almeno coerente con una seppur minima idea di giustizia sociale e di incoraggiamento della ripresa della domanda interna. La risposta del Ministro dell’economia Padoan non si è fatta attendere: “le riforme fiscali vanno viste nel loro insieme, direi che cambiare idea su una tassa che è stata appena cambiata da pochi mesi non è una buona idea”.

E allora così sia. Sia mai che qualche esponente del PD faccia sua una delle poche raccomandazioni di stampo progressista mai giunte dalla Commissione.

Ma sull’ultima raccomandazione, forse la più inattesa, il silenzio del Governo e della gran parte della stampa, è addirittura tombale: nella sezione dedicata al lavoro, Bruxelles afferma che l’Italia deve “con il coinvolgimento delle parti sociali, rafforzare il quadro della contrattazione collettiva per consentire agli accordi collettivi di tenere meglio in considerazione le condizioni locali”.

La Commissione evidenzia anche che l’Italia ha “uno dei più bassi tassi di occupazione femminile”, anche perché alcune caratteristiche del sistema di benefit fiscali “scoraggiano i secondi percettori di reddito” e “l’accesso a servizi di cura di anziani e bambini resta limitato, con molte differenze regionali”.

Sembrerebbe una nota della Cgil, invece arriva direttamente da Bruxelles. Il Governo ovviamente ha evitato anche solo di dare una risposta a questa parte, ed è da evidenziare come le maggiori testate giornalistiche del nostro paese si siano addirittura “dimenticate” di riportare questa parte delle raccomandazioni.

Non vi è alcun dubbio sul fatto che questi aspetti non verranno inseriti nel piano di azione di governo del PD, o di chi verrà dopo di lei nella guida del paese.

Siamo invece certi che anche le future misure regressive che metteranno in campo le varie destre italiche chiamate prossimamente al governo, siano essere liberal-moderate, sovraniste o pentastellate, saranno fatte nel nome dell’Europa, da ascoltare quando chiede sacrifici e privatizzazioni sull’altare della ristrutturazione neoliberista, da ignorare e mettere a tacere quando avverte sui rischi di una disintermediazione totale della rappresentanza dei lavoratori e di una crescente ingiustizia sociale.

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