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giovedì 22 giugno 2017

Chi protegge i cittadini.... dalla polizia??

Torino, Roma, Aulla. E in Italia i “punti critici” che si vanno accumulando sono così tanti che ormai ci si potrebbero tracciare molti cerchi concentrici. Insomma, un bersaglio da poligono…  Mettiamo in fila solo i fatti degli ultimi giorni, con al centro le varie polizie operanti sul territorio.


In Lunigiana, territorio da decenni privo di qualsiasi serio problema di criminalità o conflitto sociale, due intere stazioni dei carabinieri sono state messe sotto inchiesta – con arresti, sospensioni dal servizio, avvisi di garanzie e intercettazioni – perché da anni angariavano chiunque capitasse loro a tiro: piccoli spacciatori, immigrati, tossicodipendenti e persino una sarta “rea” di aver chiesto troppo per un lavoro. Un caso, un bel cesto di “mele marcite”, ma non confondete la parte con il tutto, le forze di polizia sono sane…

A Roma, martedi, per la giornata internazionale del migrante – iniziativa dell’Onu, tramite l’Unhcr, si teneva al Pantheon una tranquillissima chiacchierata pubblica sul tema, con ovvie critiche all’”Europa dei muri e dei respingimenti”, in linea con quanto andava dicendo in quei minuti Papa Bergoglio. Un giovane avvocato che ha seguito diversi casi giudiziari è intervenuto criticando – sul piano tecnico-giuridico – l’impianto del famigerato “decreto Minniti” in materia di immigrazione (ora diventato legge grazie anche ai voti dei bersanian-dalemiani…). La polizia è allora scattata in modo molto minaccioso, forzando l’avvocato a mostrare i documenti per l’identificazione. Alle proteste degli astanti, il folto plotone di poliziotti li ha circondati e identificati tutti (compreso forse qualche turista di passaggio).

A Torino una folle carica contro tutti innocenti cittadini che in piazza Santa Giulia stavano passando una normale serata d’estate.
Il pretesto non dichiarato è la contestazione ad una pattuglia di polizia, la scorsa settimana, durante un controllo anti-alcool e contro i venditori abusivi, nei quartieri di San Salvario e Vanchiglia, a seguito di una ordinanza firmata dalla Giunta Appendino, come risposta ai fatti successi in piazza San Carlo durante la finale di Coppa dei Campioni.

Già di per sé l’occupazione militare di una piazza dove la gente va a bersi un aperitivo e rilassarsi dopo una giornata di lavoro o di studio costituiva un fatto anomalo e sicuramente un segnale ai frequentatori della piazza; la cosa si fa più pesante quando i reparti iniziano a schierarsi agli ingressi della piazza, a controllare documenti, a muoversi in plotoni in mezzo alla gente seduta ai tavoli o per terra in modo che definire provocatorio è un eufemismo. 



Ci pare più che ovvio che i motivi di questa operazione vadano ben oltre l’ordinanza sui venditori abusivi. In nessun modo può essere giustificabile un simile schieramento per un semplice controllo di un’ordinanza comunale, una simile militarizzazione è quanto mai spropositata e l’intento della questura era chiaramente quello di scatenare quello che è poi avvenuto.E' del tutto' evidente che emerge la logica spietata messa in pratica dal “pattuglione”. Che a sua volta era una invenzione di quel Mario Scelba, negli anni ‘50-’60, eredità diretta delle squadracce fasciste inquadrate nella Milizia.


E’ una logica che inquadra la popolazione – tutta la popolazione – come potenziale nemico, oppure come mandria da guidare e disciplinare a colpi di frusta, contando sul banale principio militare per cui uno squadrone sottoposto a un comando centralizzato, addestrato a tecniche e tattiche militari anche elementari (da coorte romana, per capirci), è comunque più forte di una massa di persone prese a caso, davanti al pericolo costretta ad agire istintivamente come un branco.

Due sono gli elementi politici che ci sembra emergano da questi e ormai molti, troppi, altri episodi.

Nel governo centrale, nei comuni (specie a 5S) e ai vertici delle varie polizie si è preso atto di non avere più molti margini di mediazione sociale. I tagli alla spesa pubblica impediscono di affrontare il conflitto (o anche solo il malessere) sociale con i classici strumenti del soft power riformista (compra, rassicura, sopisci, elargisci). Il decreto Minniti sull’ordine pubblico – gemello di quello contro i migranti, firmato anche dal ministro Orlando – formalizza nero su bianco l’impossibilità di usare altri strumenti al di fuori della forza della repressione. E dunque affida alle varie polizie poteri e margini d’azione prima impensabili, sottraendoli – nella misura del possibile (Aulla è troppo oltre…) – al vaglio della magistratura.

Non è una novità. Esattamente come il Jobs Act ha legalizzato forme di sfruttamento del lavoro prima illegali (ma non perseguite), così i “decreti Minniti” legalizzano comportamenti delle cosiddette “forze dell’ordine” prima perennemente a rischio di inchiesta penale.

Una decisione politica che prova ad anticipare il momento in cui il prevedibile conflitto sociale prossimo venturo potrebbe andare “fuori controllo” (se non c’è più mediazione possibile, sono incerti solo tempi e modalità).

Il secondo elemento è derivato, e pericolosissimo. Dalla massa degli uomini in arme e divisa, questo “legalizzazione” è stata capita come autorizzazione ad annullare i residui freni inibitori. Le scene di Torino raccontano di un apparato legalizzato che agisce largamente con motivazioni proprie e non istituzionali. Lo stesso precedente invocato a 

scusante è in realtà è una conferma piena di questa deriva in stile posse combattente.

fonte contropiano

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