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lunedì 8 maggio 2017

Ricordiamo Peppino Impastato: UN GRANDE EROE

Trentanove anni non cancellano quella maledetta notte tra l’8 e il 9 maggio. Una storia tragica, una delle tante di mafia, accaduta in un paesino della Sicilia affacciato sul mare: Cinisi. Ai tempi se ne parlò poco, la grande attenzione mediatica era rivolta al ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro.
La mattina del 9 maggio 1978 i carabinieri rinvennero un tratto di ferrovia completamente distrutto e tutt’attorno brandelli umani, quei poveri resti erano ciò che era rimasto di Peppino Impastato.

Era l’ultima settimana di campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale di Cinisi, Peppino capeggiava la lista di Democrazia Proletaria. Alle otto di sera il giornalista lasciò la sede di Radio Aut, piccola emittente di controinformazione fondata da lui, doveva cenare a casa e poi rientrare alla radio, non fece più ritorno.
Sui binari della Palermo- Trapani venne fatto saltare in aria, inscenando un suicidio.
Lunghi anni di depistaggi e falsità prima che, grazie alla determinazione e al coraggio di mamma Felicia, Peppino diventasse un morto di mafia, lui, nato in una famiglia mafiosa e ribelle militante di sinistra.
La sua battaglia sociale, legalitaria e politica iniziò negli anni sessanta fondando il foglio Idea Socialista censurato a causa di articoli del tipo “La mafia è una montagna di merda”, per arrivare a Radio Aut.

Impastato aveva denunciato non solo Tano Badalamenti “Tano seduto, viso pallido, uomo di panza e di presenza”, ma un’intera classe politica, marcia e collusa, che occupava tutti i posti di potere a Cinisi, e mai aveva ricevuto un qualsiasi avvertimento.

Peppino si scagliava apertamente contro Badalamenti nei suoi comizi tenuti davanti a piazze deserte in vista delle comunali del 1978, un impegno politico contro l’ignavia al servizio del potere, rivolto ad educare gli uomini alla bellezza.

 “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. Bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vive la curiosità e lo stupore” sosteneva Peppino.
Un entusiasmo folle  e genuino che lo avrebbe condotto alla morte, anche per la frase che chiudeva i suoi comizi “Ricordati sempre di dire no alla mafia”.

Poi l’omicidio, improvviso, ineluttabile, con gli uomini ai vertici delle forze dell’ordine che per anni gettarono fango sulla memoria del ragazzo, comunista e  martire laico della lotta a Cosa Nostra. Comodo per qualcuno pensare che Peppino sia stato eliminato dal feroce boss mafioso, ma non è così: il filo conduttore è sempre lo stesso, istituzioni, affari, finanza e servizi.

Non è cambiato molto da allora, Peppino direbbe “minchiate”, il marcio che ci circonda ha forse cambiato essenza, non più democristianità, ma il sistema è sempre lo stesso, intrighi di palazzo e mafia autentica, che adesso uccide un po’ meno, ma è da temere ancora di più.  


La Mafia oggi è la politica del malaffare che paga il funzionario per oliare una pratica, è l’oltraggio quotidiano ai pm che portano avanti il processo Trattativa, è la mancanza di verità sulla morte di Attilio Manca, mafia è una società mitridatizzata, schiava della “mafia democristiana” e del malaffare che regna incontrastato.

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