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venerdì 12 maggio 2017

L'inferno dimenticato dello Yemen

Malgrado gli sforzi militari di un’intensa campagna che dura da due anni, la coalizione guidata dall’Arabia saudita non ha raggiunto nessuno degli scopi prefissati. L’impressione è che questa guerra si concluderà senza vincitori, ma con l’unico risultato di aver lasciato sul territorio migliaia di morti civili e un Paese completamente in macerie.


L’intervento militare dell’Arabia Saudita, spalleggiato da una coalizione di altri Paesi del Golfo persico e sostenuto sul piano logistico dagli Stati Uniti, è iniziato nel 2015 dopo la presa di Sana’a da parte dei ribelli sciiti Houthi, evento che ha determinato le dimissioni e l’esilio del presidente yemenita Hadi, amico della monarchia saudita. Da allora, lo Yemen, il Paese più povero del Medio Oriente, è diventato l’ennesimo terreno di scontro tra potenze per la supremazia nella regione, che contribuisce a scavare un solco sempre in più incolmabile tra comunità sciite e sunnite. Ma dietro la conflittualità religiosa, si celano interessi in chiave geopolitica. Due anni di bombardamenti non hanno portato i risultati sperati. I ribelli Houthi continuano a detenere il controllo del Nord-Ovest del Paese e il governo yemenita resta in esilio in Arabia saudita. Al contrario, gli attacchi della coalizione sunnita hanno causato pericolosi effetti collaterali, consistenti nel potenziamento del gruppo terrorista di Al-Qaeda della Penisola araba (AQAP) e nel peggioramento della situazione di instabilità politica ed economica del Paese. La scelleratezza con cui l’Arabia saudita ha condotto le operazioni militari è valsa l’accusa di crimini di guerra da parte delle maggiori organizzazioni internazionali. Gli aerei della coalizione hanno deliberatamente bersagliato case, ponti, strade, fattorie e ospedali causando una strage di civili e bambini e compromettendo seriamente l’apparato infrastrutturale dello Yemen. Attualmente, più di 17 milioni di persone necessitano di soccorso immediato, il quale potrebbe non giungere mai a destinazione.

I danni dei bombardamenti sauditi prodotti a San’a, capitale dello Yemen

Tra le varie accuse di crimini di guerra certamente la più infamante è quella che riguarda l’uso da parte della monarchia saudita di bombe a grappolo, che vengono sganciate dall’aereo e si aprono a mezz’aria disperdendo centinaia di micro-bombe su un’area che misura all’incirca quanto un campo da calcio. Le micro bombe non esplodono subito all’impatto, ma rimangono sepolte nella terra, spesso per lunghi periodi, causando gravi problemi per la popolazione civile ed in particolare per i bambini. L’uso di queste armi è vietato dal diritto internazionale ed è stato documentato e denunciato da Amnesty international. Secondo l’organizzazione il 50% delle vittime civili sono proprio bambini e adolescenti. A tali accuse si aggiungono le denunce di “double tap”, una tecnica bellica ignominiosa che consiste nel bombardare una zona, aspettare che arrivino i soccorsi e attaccare nuovamente la medesima area così da colpire i feriti e i soccorritori. La gravità di queste operazioni hanno indotto il Parlamento europeo a votare una risoluzione che invita i Paesi UE ad attivare un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita. Una risoluzione del grande significato politico ma dallo scarso rilievo pratico non avendo questa un valore vincolante. In sostanza, dunque gli Stati membri restano liberi di poter vendere le armi alla coalizione. Malgrado la libertà d’azione che l’Occidente concede a Riad nei confronti dello Stato yemenita, il bilancio a due anni dall’inizio delle operazioni militari è senz’altro fallimentare. L’Arabia saudita detiene il terzo più grande budget di spesa militare del mondo e per questa guerra ha già speso decine di miliardi di dollari. Tuttavia, il possesso di una più avanzata tecnologia militare ha dimostrato poca effettività contro un nemico risoluto e avvantaggiato dalla conoscenza del territorio. Questi dati danno la sensazione che la campagna saudita in Yemen rappresenti soltanto l’ennesimo tentativo, da parte del vice principe ereditario Muhammad Bin Salaman, di affermare la propria figura sia sul piano interno che internazionale.

V’è una ragione se il principe saudita, alla fine del 2015 fu definito dai i servizi d’intelligence tedeschi (Bnd) un “giocatore d’azzardo”. Mohammed bin Salman appena assunto il ruolo di Ministro della difesa ha promesso un intervento rapido e limitato in Yemen, che avrebbe sconfitto i ribelli Houthi e riportato al potere l’ex presidente Abd Rabbo Mansur Hadi. Dopodichè, ha intensificato il sostegno ai ribelli siriani, nella speranza di accelerare la caduta di Bashar al Assad. Tutte scommesse rischiose che si sono rivelate di fatto fallimentari, dal momento che ad oggi i ribelli siriani, dopo aver perso Aleppo, non controllano più nessuna delle principali città del Paese, mentre i ribelli Houthi dello Yemen sono ben lontani dalla resa. Mohammed bin Salman ha fretta di ottenere risultati, così da aumentare le sue chance di diventare re. Nella monarchia saudita solitamente non è il figlio del re a divenire il suo successore, bensì un principe di alto rango scelto dai suoi pari come il più adatto a regnare. L’attuale principe ereditario è Mohammed bin Nayef, dunque per avere qualche possibilità di salire al trono quando Salman morirà, il principe Mohammed bin Salman deve dimostrare in fretta di meritare l’incarico, magari con un grande successo che gli conferisca il riconoscimento di cui ha bisogno. Tuttavia, sembrerebbe che il principe non abbia tenuto in considerazione la lunga tradizione vantata dagli yemeniti quanto riguarda la resistenza al nemico straniero. Già l’Impero ottomano tentò per decenni di dominare il territorio che attualmente coincide con quello yemenita, ma alla fine dovette rinunciarvi. L’Egitto invece intervenne al fianco delle forze dello Yemen del Nord nella guerra civile degli anni 60, con l’utilizzo di armi sofisticate per quell’epoca e avvantaggiato dal supporto aereo. Un intervento che costò la vita a 25 mila soldati egiziani, caduti contro miliziani yemeniti che  combattevano privi di alcun sostegno logistico, con armi obsolete e risorse limitate.

Le aspre montagne che dominano il territorio yemenita costituiscono il vantaggio più importante per gli uomini e le donne che lo popolano e che vantano una storia di risolutezza assoluta in materia di lotta all’invasore. Così come in Afghanistan, la cartina fisica dello Yemen rappresenta l’alleato principale delle forze che oggi combattono contro Riad. Invero, proprio dalle vicende che hanno riguardato l’Afghanistan, i sauditi potrebbero agevolmente prevedere quale futuro si prospetta per lo Yemen. Le massicce operazioni condotte dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti a partire dal 2001 e la manifesta supremazia tecnologica negli armamenti non si sono rivelate sufficienti a sconfiggere completamente i Talebani, e il vuoto di potere causato dalla guerra ha determinato la comparsa del califfato Islamico sul territorio afgano. Dopo 16 anni di guerra, il Governo sostenuto dagli USA controlla solo il 63% del Paese, il quale combatte quotidianamente per non perdere ulteriore terreno a favore dei seguaci di Daesh.Lo scenario che si prospetta è dunque quello di un territorio in cui il califfato islamico potrà trovare nuovo terreno fertile. L’instabilità di quest’aerea del mondo di straordinaria importanza strategica peggiorerà e ne risentirà una delle tratte di commercio del petrolio più importanti, lo stretto di Bab el Mandeb, che collega l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez.

L’Afghanistan continua ad essere campo di battaglia dopo 16 anni di guerra

Di fatto la guerra ha già iniziata a ritorcersi contro la monarchia saudita. Sono già stati registrati atti di rappresaglia provenienti dalle postazioni militari controllate dagli Houthi contro le province saudite di Jizan, ‘Asir e Nairan. Gli attacchi hanno contribuito all’aumento della tensione in aree popolate da minoranze sciite che hanno sempre patito la linea dura del Governo di confessione Wahabita sunnita. Inoltre, gran parte delle armi che sono state spedite in Yemen dall’Arabia saudita e dagli Emirati Arabi Uniti per armare le milizie locali contro gli Houti, sono state vendute sul mercato nero in Somalia. Non è assurdo credere che tali armamenti siano finiti in mano al gruppo jihadista al-Shabaab, affiliato ad al-Qaeda e ai pirati somali che imperversano nel mar Arabico. Eventi che contribuiscono a destabilizzare una delle tratte più importanti del traffico commerciale mondiale. Attualmente, la guerra in Yemen resta il conflitto meno reclamizzato e coperto al livello mediatico, per la cui soluzione la comunità internazionale sta facendo poco o nulla. Mentre le immagini dei bambini morti in Siria smuovono le coscienze dei leader mondiali, la grave crisi umanitaria dello Yemen continua a non fare notizia. Il popolo yemenita rimane privo di un governo effettivo, bersagliato dalle bombe saudite, insidiato dai gruppi terroristici e attanagliato dalla fame e dalle epidemie. Il timore è che lo Yemen si tramuti presto in uno Stato “fallito” come la vicina Somalia, alimentando il rischio che la punta occidentale della Penisola araba diventi una nuova roccaforte dello Stato islamico.

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