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martedì 23 maggio 2017

La truffa silenziosa del 8x1000 alla chiesa

Se nello studio del commercialista o al Caf vi sentite dire che non è obbligatorio versare l'8x1000, drizzate le antenne. A livello tecnico è vero: la legge non impone alcun obbligo ai contribuenti sulla destinazione di questo contributo. In realtà, però, si tratta di un trucco burocratico che permette ogni anno alla Chiesa Cattolica d’incassare circa un miliardo di euro.
Il meccanismo di base è noto: gli italiani possono mettere una firma sulla dichiarazione dei redditi per destinare una quota della propria Irpef (l’8×1000, appunto) a una confessione religiosa oppure allo Stato. Fin qui è semplice.


Ma cosa succede agli 8×1000 di chi non indica alcun destinatario? La maggior parte delle persone crede che vadano automaticamente allo Stato, ma non è così. Vengono ripartiti in proporzione alle scelte fatte da chi un destinatario l’ha indicato. Traduzione: se non metti alcuna firma, l’80% del tuo 8×1000 va alla Chiesa Cattolica.

Guardiamo un po’ di numeri. Secondo un dossier della Corte dei Conti datato ottobre 2015, nella dichiarazione dei redditi 2012 il 53% degli oltre 41 milioni di italiani soggetti Irpef non ha indicato alcun destinatario dell’8×1000. Sempre sul totale dei contribuenti, il 37% ha firmato in favore della Chiesa Cattolica, che però alla fine – grazie al metodo di ripartizione di cui abbiamo detto – ha incassato circa l’80% del tesoretto complessivo degli 8×1000, pari a 995 milioni di euro. Più del doppio di quanto gli italiani avessero scelto esplicitamente di destinarle.

Questo giochetto è in vigore dal 1984, anno in cui il governo Craxi firmò con la Santa Sede un nuovo concordato per modificare i Patti Lateranensi d’epoca fascista. Il sistema fa discutere da sempre e la magistratura contabile ritiene che non sia “del tutto rispettoso dei principi di proporzionalità, di volontarietà e di uguaglianza”, perché “neutralizza la non scelta” e porta un “evidente vantaggio” per la confessione religiosa più forte, quella cattolica, dal momento che “i soli optanti decidono per tutti”. Le conseguenze sono due: primo, la minoranza impone la propria volontà alla maggioranza; secondo, meno persone esprimono una scelta, più aumenta il peso economico delle scelte espresse.

Un altro aspetto da sottolineare è la leggerezza con cui lo Stato ogni anno rinuncia a una buona fetta di potenziali introiti, evitando sistematicamente di organizzare campagne informative sull’8×1000. Alle casse pubbliche vanno sempre le briciole: l’anno scorso meno di 190 milioni di euro.

Del resto, scrive ancora la Corte dei Conti in una relazione pubblicata quest’anno, lo Stato è “l’unico competitore che non sensibilizza l’opinione pubblica sulle proprie attività e che non promuove i propri progetti”. E lo scarso interesse per la quota di sua competenza “perdura nonostante sia stata aggiunta tra le finalità finanziabili la ristrutturazione degli edifici scolastici – continuano i magistrati contabili – Contrariamente all’impegno manifestato lo scorso anno, la stessa Presidenza del Consiglio ha confermato che, ancora una volta, non si sono promosse specifiche campagne pubblicitarie sui media”.

Intanto, siamo reduci da una manovra correttiva da 3,4 miliardi e l’anno prossimo dovremo trovarne altri 19 per evitare che scatti l’aumento dell’Iva, cifra che salirà a 23 miliardi nel 2019. C’è da scommettere che nei prossimi mesi governo e Parlamento – qualunque essi siano – torneranno a parlare di tagli ai ministeri, revisione delle agevolazioni fiscali, aumenti delle imposte e ritocchi nottetempo delle accise. A nessuno, però, verrà in mente di recuperare qualche centinaio di milioni dall’8×1000.

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