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domenica 2 aprile 2017

Lo sfruttamento continua.... arrivano i job on call

Eliminati i voucher, si allarga il lavoro a chiamata (job on call). Possiamo dire anche questa volta “fatta la legge, trovato l’inganno”. E’ una specialità non solo italiana, ma qui si raggiungono vertici di cinismo che altrove si sognano.


E’ noto che il governo Gentiloni ha cancellato i “buoni lavoro” introdotti da Renzi col Jobs Act. Sulla questione la Cgil aveva raccolto le firme per un referendum e pur di avitare un’altra sentenza popolare contro l’ultra-flessibilità del dlavoro, l’esecutivo-fotocopia ha pensato bene di fare la solita manfrina: un decreto con più o meno le stesse regole, ma chiamate in un altro modo.

Lavoro a chiamata, dunque, con “la grande novità” che la base minima sarà una giornata di lavoro, anziché una sola ora. In più, i contributi previdenziali saranno quasi quelli normali, anziché infinitesimali come con i voucher.

I pensatori del ministero dello sfruttamento del lavoro stanno cogitando intensamente per partorire due normative leggermente diverse: una per le imprese medio-grandi, al di sopra dei 10 dipendenti, e una per le piccole, fino alle “imprese senza dipendenti” (artigiani, ecc).

Già qui emerge il trucco ignobile. Si era detto che bisognava trovare soluzioni per il “lavoro occasionale e stagionale”, quello che non consente di aprire posizioni contrattualizzate di lungo periodo. Insomma, quei “lavoretti” estivi o invernali che si fanno negli stabilimenti balneari, gli impianti sciistici, la raccolta agricola, badanti, colf, ecc. Se così fosse, però, si sarebbero definiti con cura i settori produttivi in cui il job on call era possibile, anziché le dimensioni aziendali. Non si capisce infatti di quali straordinarie esigenze sia investita una impresa medio-grande per essere costretta ad assumere una persona per una sola giornata di lavoro. Per certe situazioni una tantum, infatti, si ricorre normalmente agli straordinari. Evidente, insomma, che si sia voluta un’autostrada aperta per tutte quelle imprese che vogliono utlizzare la più flessibile delle forme contrattuali pur di non assumere stabilmente – nemmeno a tempo determinato! – uno o più dipendenti. E infatti il job on call è normalmente utilizzato anche da grandissime aziende, addirittura multinazionali, specie nella grande distribuzione (che, naturalmente, non soffre di alcuna stagionalità).

Le uniche limitazioni previste da questo nuovo job on call sono particolrmente indicative del tipo di comportamenti padronali che hanno inflazionato l’utilizzo dei vouvher: massimo 400 giornate lavorative per la stessa persona in tre anni e un solo dipendente alla volta per le imprese sotto i 10 dipendenti (che potranno utilizzare un apposito portale Inps per “semplificare” le procedure). E’ intuitivo infatti che se un’azienda ricorre sempre alle stesse persone nell’arco di più anni si stabilisce un rapporto di lavoro di fatto esclusivo e continuativo, che impedisce al lavoratore di prendere impegni similari con altre aziende (non può dare la “disponibilità” a più di un’azienda, per non doversi trovare a dire di no e quindi perdere il contatto o la cosiddetta “fiducia di Poletti”).

E’ altrettanto evidente che se un’impresa con pochi dipendenti ne usa molti contemporaneamente – come avvenuto con i voucher – sta semplicemente aggirando le normative sulle assunzioni. Paradossalmente ma non troppo, questa limitazione “indivuduale” ostacola quelle imprese che hanno effettivamente bisogno di lavoro “stagionale” (vedi l’elenco accennato sopra), perché in genere si tratta di attività che richiedono un congruo numero di dipendenti per un tempo breve (esempio classico: la raccolta della frutta).

L’altro indicatore certo del carattere truffaldino nel decreto in preparazione è la cancellazione dei limiti di età che erano previsti per i voucher (potevano essere usati solo per i minori di 25 anni e gli over 45). Il job on call sarà per tutti, limitless. Che non si dica mai che questo governo non aiuta le aziende fin nei dettagli corporali… 

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