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domenica 9 aprile 2017

C’è metodo in questa follia

Trump viene definito di volta in volta pazzo, imbecille, stupido; tra tante persone, anche intelligenti e consapevoli, sembra prevalere l’idea che gli Stati Uniti abbiano consegnato la valigetta nucleare a un folle incompetente o, nel migliore dei casi, a un guitto volgare e ignorante. Francamente se fosse così sarebbe perfino rassicurante: tolto di mezzo Trump avremmo eliminato il problema e il mondo potrebbe continuare ad andare avanti tranquillo. Non è così semplice e questo rischia di essere una spiegazione semplicistica.

OK, Trump sarà un cattivo presidente, non è questo il punto, farà male quello che dovrebbe fare – decideranno tra quattro anni gli americani – ma fa quello che chi lo ha eletto, e soprattutto chi lo ha fatto eleggere, voleva che facesse. Serviva un presidente che tornasse a fare la guerra in Medio oriente, perché Obama non l’aveva fatta – o l’aveva fatta con poco impegno – perché chi lo aveva fatto eleggere aveva evidentemente altri interessi, in altre parti del mondo. Serviva un presidente che sostenesse l’industria dei combustibili fossili, serviva un presidente che imponesse dazi, serviva uno che facesse le cose che sta facendo Trump, che di suo ci mette un po’ di colore, un buona dose di sguaiatezza, ma non la sostanza.
Questo tentativo di spiegare la storia attraverso le categorie della fisiologia e della psichiatria ci fa perdere il senso delle cose; e commettere gravi errori. Adolf Hitler non era un pazzo che per oltre un decennio ha tenuto in ostaggio il più grande, ricco e colto paese europeo del secolo scorso, ma un leader che seppe sfruttare sentimenti profondi dei suoi connazionali, della maggioranza dei suoi connazionali, idee radicate nel suo paese, a partire dall’antisemitismo. Sarebbe comodo pensare che la “soluzione finale” sia stata l’idea di quel dittatore, la pazzia di Hitler, ma se fosse stato così non si spiegherebbe come avrebbe potuto esserci Auschwitz, come avrebbe potuto esserci un sistema diffuso di campi di prigionia, che dovevano essere costruiti, sorvegliati, gestiti, organizzati e che effettivamente lo furono, con efficacia teutonica, da migliaia di persone. Il secondo conflitto mondiale non fu l’effetto della mania di grandezza di un solo uomo, ma l’esito di una serie di scelte collettive, perché gli industriali avevano bisogno della guerra per far crescere le loro aziende, perché i banchieri avevano bisogno del conflitto per aumentare i loro profitti, perché per milioni di tedeschi la guerra rappresentava un’opportunità che non vollero farsi scappare. Fu la Germania a volere la guerra e per questo i tedeschi scelsero Hitler.
La folla che applaudiva e faceva festa il 10 giugno 1940, in piazza Venezia e in migliaia di piazze italiane collegate via radio, all’annuncio di Benito Mussolini che l’Italia entrava in guerra non era stata costretta: nessun regime avrebbe potuto organizzare quel sostegno popolare, quelle manifestazioni. Molti italiani si erano convinti, si erano fatti convincere, che la guerra avrebbe risolto i loro problemi. E infatti il regime cadde quando quegli stessi italiani si resero finalmente conto che non era vero, che la guerra aveva peggiorato le loro vite. Ma ci vollero anni, e appunto una guerra terribile.
Ovviamente possiamo continuare a ridere di Trump oppure possiamo continuare a considerarlo un folle pericoloso, ma se non riconosciamo che non è Trump a decidere se fare la guerra, ma siamo anche noi, allora tra quattro anni ci troveremo qui a discutere allo stesso modo di uno che verrà dopo Trump, che non sarà Trump, ma farà le stesse cose di Trump. E noi qui a guardare, senza capire, senza voler capire che il vero scontro non è quello tra gli Stati Uniti e la Russia – come non era quello tra Francia e Germania nel secolo scorso – ma tra ricchi e poveri, tra sfruttatori e sfruttati, tra padroni e lavoratori. Forse allora i veri folli siamo noi.

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