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mercoledì 12 aprile 2017

Al liberismo non serve più la democrazia

Sino a prima dell’avvento del modello liberista, in parte come frutto del confronto da “Guerra Fredda” fra Occidente e “blocco sovietico” che ha attraversato tutto il dopoguerra del secolo scorso, il modello capitalistico poteva vantare la democrazia, per quanto rappresentativa e formale, come propria caratteristica intrinseca. 

Di fronte al fortissimo richiamo ai valori di uguaglianza che proveniva dai sistemi del cosiddetto “socialismo reale”, l’Occidente, sottolineando l’illiberalità di quei regimi, decantava la democrazia, che, pur non garantendo molti atri diritti, tutelava la libertà di decidere i propri rappresentanti. Con la rovinosa caduta del Muro di Berlino e l’affermarsi della dottrina liberista, il binomio capitalismo-democrazia si è progressivamente scomposto e la democrazia, anche quella rappresentativa e formale, è divenuta un ostacolo da erodere.
In realtà, se si osserva attentamene la storia, si scoprirà come l’atto di nascita del modello neoliberale sia stato accompagnato non dalla democrazia, ma dal suo contrario.
“Solo uno shock trasforma il socialmente impossibile in politicamente inevitabile”. Con questo aforisma, il padre del neoliberismo Milton Friedman, salutò il colpo di stato militare in Cile, attuato dal generale Augusto Pinochet l’11 settembre 1973 per rovesciare il governo socialista di Salvador Allende, democraticamente eletto tre anni prima.
Dei fatti di quegli anni, dal punto di vista della violazione dei diritti umani, conosciamo quasi tutto; ciò che è meno noto è che quel golpe fu la premessa (lo shock, appunto) per la prima sperimentazione sul campo delle teorie economiche liberiste della scuola di Chicago, di cui Friedman era il massimo esponente.
Perché risaliamo a quei fatti per spiegare l’oggi? Perché quella storia “parla” al nostro presente. Oggi nel pieno della crisi economico-finanziaria globale, che ha investito direttamente il continente europeo, il proliferare di poteri “tecnici”, con l’obiettivo della piena applicazione delle politiche monetariste volute dalle grandi lobby del capitale finanziario, è palpabile in tutte le scelte imposte ai popoli europei, evidenziando la necessità di una riflessione molto profonda sulla relazione tra politiche liberiste e democrazia, nesso sinora dato per scontato ed immodificabile: in questo senso, sarà utile tenere a mente come l’atto di nascita delle teorie economiche liberiste sia avvenuto esattamente attraverso la feroce distruzione della democrazia, elemento che depone molto più a favore di una relazione di contingenza, piuttosto che di consustanzialità fra le stesse.
D’altronde, di paradossi come questo è piena la storia: i banchieri creditori furono i primi a salutare la nascita della democrazia parlamentare nei Paesi Bassi, durante il Rinascimento, e in Gran Bretagna, dopo la rivoluzione del 1688, perché, contrariamente alle epoche precedenti, nelle quali i debiti erano appannaggio di principi e sovrani e divenivano inesigibili con la loro morte, il fatto che i parlamenti potessero contrarre debiti pubblici per conto dello Stato, rendeva perennemente esigibili gli accordi e i contratti stipulati.
Come scrisse Richard Eherenberg, storico del Rinascimento: “Chiunque forniva crediti a un principe sapeva che il rimborso del debito dipendeva solo dalla capacità e dalla volontà del debitore di pagare. Il caso era molto diverso per le città, che avevano potere quanto i nobili, ma anche per le corporazioni, per le associazioni di individui uniti da interessi comuni. Secondo una norma generalmente accettata, ogni singolo cittadino era responsabile per i debiti della città, sia con l’esposizione della sua persona che delle sue proprietà”.
Naturalmente, la finanza si conforma alla democrazia per poi premere per un sistema oligarchico.
“Not with tanks, but with banks”. Ciò che in Cile fu reso possibile dai carri armati, oggi viene realizzato attraverso la finanziarizzazione e la trappola “shock” del debito.
Poiché l’enorme massa di denaro accumulata sui mercati finanziari in questi anni ha stringente necessità di essere reinvestita, e i terreni di valorizzazione possibili sono quelli relativi alla deregolamentazione del lavoro, alla dismissione del patrimonio, alla privatizzazione dei servizi pubblici, ciò che le lobby finanziarie si propongono è un processo di espropriazione totale di diritti e beni comuni, che poco si può accompagnare con il mantenimento di modelli di decisionalità basati sulla democrazia. “I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”, così argomentava nel giugno 2013 la banca d’affari JP Morgan.
L’attacco alla democrazia è particolarmente evidente con i trattati di libero commercio (TTIP, CETA), attraverso i quali si tenta il passaggio definitivo dallo stato di diritto a quello di mercato, permettendo alle grandi multinazionali di non rispondere -impugnandole davanti a una corte arbitrale internazionale- alle leggi promulgate dai parlamenti nazionali.
Ma è altrettanto chiara nella progressiva erosione degli spazi democratici, tanto a livello locale, con sindaci che, da garanti dei diritti di una comunità, ne diventano gli sceriffi addetti al controllo sociale delle fasce di popolazione “indecorose”, quanto a livello nazionale, con l’accentramento dei poteri sui governi, invece che sulle assemblee elettive (era questo il disegno “costituzionale” di Renzi, seppellito da una valanga di “NO”), ed europeo, con il commissariamento di fatto di ogni scelta di politica economica e sociale, attraverso i vincoli finanziari di Maastricht e del Fiscal Compact. Tutto ciò produce un paradossale circolo vizioso: più la democrazia viene erosa, più aumenta la separatezza tra politica istituzionale e società, producendo una forte disaffezione sociale verso la “casta”, più quest’ultima può continuare a perseguire la strada dell’oligarchia al servizio dei grandi interessi finanziari.

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