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giovedì 2 marzo 2017

La finanza governa il mondo

La finanza costituisce uno dei pilastri del capitalismo contemporaneo. Oltre a modificare l’insieme dell’economie nazionali e internazionale, modifica la composizione sociale della forza-lavoro e «produce» un aumento della disoccupazione. L’infulenza della finanza si avverte anche a livello politico: la caduta del governo Berlusconi in Italia, la crisi greca, ne sono gli esempi più recenti. Infine, gli scandali che hanno coinvolto le banche italiane, il caso Enron, i Panama papers, la recessione del 2008, hanno stimolato studiosi, politici e una fetta sempre più consistente dell’opinione pubblica ad interrogarsi sulla possibilità di controllare la finanzia, o, quantomeno, di incanalarla a fini sociali.


Ci troviamo piuttosto davanti alla polarità tra accumulazione privata del capitale e processi di redistribuzione collettiva della ricchezza. La storia dei paradisi fiscali inizia dopo la prima Guerra mondiale, in risposta ad un crescenti controllo dell’economia in seguito alla crisi del 1929 e culminato con l’affermazione del Welfare State. È la Svizzera a fungere da sponda ai capitali in fuga, principalmente dai Paesi transfrontalieri come Francia, Italia e Germania. Il basso tasso di interesse corrisposto dalle banche elvetiche viene controbilanciato dalla possibilità di usufruire del segreto bancario, nonché di potere effettuare, dal rifugio svizzero, investimenti lucrativi sul piano internazionale.

GLI ISTITUTI BANCARI della Confederazione hanno infatti offerto un ampio ventaglio di servizi, che hanno e spesso tutt’ora dirottano i capitali esportati verso un’ampia gamma di investimenti (dai titoli azionari alle opera d’arte). L’impatto della deregulation e della globalizzazione e la nascita di nuovi paradisi fiscali come le isole caraibiche, Jersey, e Guernsey arrecano un danno solamente marginale alle banche svizzere. Poche le conseguente anche delle misure volte a tassare i capitali esportati o ad abolire il segreto bancario per i conti individuali.

Qui troviamo il secondo punto di forza dello studio di Zucman. Le misure di contenimento si rivelano fallaci, poiché la legislazione vale per i conti individuali e non per le imprese. Inoltre, la proliferazione dei nuovi paradisi fiscali non toglie niente alla forza delle banche elvetiche, che rimangono intatte nel loro ruolo di primo piano all’interno del trasferimento e del riciclaggio dei capitali. In altre parole dal libro di Zucman trapela come la delocalizzazione, caratteristica del capitalismo contemporaneo, sia penetrata in profondità anche all’interno delle transizioni bancarie. Gli operatori finanziari elvetici cessano di essere i depositari del processo di esportazione dei capitali, per trasformarsi nel punto nodale della rete delle volatilità finanziarie.

DIETRO LA MAGGIORANZA di imprese finanziarie e banche delle Isole Vergini e del Lussemburgo, vi si trova un istituto con sede a Zurigo o a Ginevra. Il capitale descritto e analizzato da Zucman si mostra vitale, dinamico, capace di calibrare le misure adatte alle proprie esigenze di riproduzione al di fuori e al di sopra delle dinamiche sociali.

La vitalità del capitale globale finisce dunque per costituire un problema al momento in cui i paradisi fiscali movimentano una somma pari all’8% dell’economia mondiale. Chi sposta la ricchezza da dove è stata prodotta, infatti, mette a repentaglio il principio di equità fiscale, sul quale poggia la legittimità degli Stati contemporanei. Ne consegue un aumento della divaricazione sociale. Non è casuale che tra i principali elusori ed evasori troviamo gli oligarchi russi e africani, ma soprattutto, le majors dell’economia della conoscenza (da Apple a Google, solo per citare le imprese sotto i riflettori dei media e dell’Unione europea per quanto riguarda l’elusione fiscale).

Una soluzione a tutto ciò esiste, e questo rappresenta il terzo punto di forza del libro di Zucman. Bisognerebbe, scrive lo studioso francese, approntare tre misure; la prima consiste nel creare un catasto delle ricchezze finanziarie mondiali, che in realtà esiste già, solo che è in mano ai privati. Un catasto sovranazionale, affidato ad autorità con prerogative statali. In secondo luogo, una tassazione delle ricchezze investite fuori dal contesto produttivo in cui sono state generate; in altre parole, le majors dichiarano solo i profitti realizzati a livello nazionale, mentre i cespiti andrebbero realizzati a livello globale. Infine, bisognerebbe abolire il segreto bancario anche per le società, e procedere alla redistribuzione della ricchezza in proporzione ai luoghi in cui è stata prodotta.

Zucman, però, affronta soltanto marginalmente il ruolo dell’economia illegale e delle condotte illecite, che invece costituiscono gli snodi principali dell’ultimo libro di Vincenzo Ruggiero, Dirty Money. On Financial Delinquency (Oxford University Press, pp. 250). Da questo lavoro trapela una critica articolata, ancorché pessimista, delle dinamiche relative all’interazione tra economie sporche, economie lecite e scandali finanziari.

LA SECOLARIZZAZIONE del denaro nella cultura contemporanea, nota Ruggiero, produce uno slittamento significativo nella lettura delle crisi e degli scandali finanziari. Nel passato la concezione paleocristiana del denaro come sterco del demonio costituiva una maschera ideologica efficace per l’affermazione del capitalismo, con truffe e frodi derubricate ad aberrazioni di un sistema altrimenti fondato sulla produzione, la parsimonia e la libera iniziativa. Ad un’iniziale stigmatizzazione di individui corrotti e corruttori è seguita l’analisi dei reati finanziari come il prodotto della disfunzione di specifici segmenti del sistema, tra cui va compresa anche la criminalità organizzata. Le narrazioni odierne rappresentano crisi, scandali e inflitrazioni criminali come il prodotto dell’ineluttabilità del mercato; come episodi da rimuovere e centrifugare in una dinamica capitalistica volta alla massimizzazione dei profitti e all’espansione.

All’interno di questo processo, economie legali e illegali si combinano osmoticamente, rendendo (quasi) del tutto superflua ogni velleità regolativa. Ruggiero mette in evidenza tre elementi cardine di questa dinamica.

Il primo, riguarda la tipologia delle reti criminali. Non ci troviamo di fronte a legami rigidi e sistematizzati. I rapporti tra attori legali e illegali sono fluidi, sfumati, funzionali allo scopo. La rete del riciclaggio, ad esempio, comprende una pluralità di attori: politici, avvocati, commercialisti, titolari delle attività del riciclaggio, membri delle organizzazioni criminali. Una rete opaca che non viene necessariamente riproposta una volta che l’obbiettivo attorno al quale si è sviluppata è stato raggiunto. Di conseguenza, risalire alla catena criminale e intervenire su di essa è alquanto arduo.

In secondo luogo, qualora si volessero regolamentare i paradisi fiscali, si andrebbe incontro a quello che Ruggiero definisce effetto palloncino, ovvero la tendenza di un fenomeno ad espandersi da un’altra parte dopo che ha subito una contrazione. In altre parole, la regolamentazione dei paradisi fiscali esistenti non farebbe altro che produrre la creazione di altri luoghi analoghi e il conseguente riposizionamento dei capitali. Inoltre, le regolamentazioni finanziarie sono raramente vincolanti, quindi non applicabili e sicuramente aggirabili.

IL TERZO ELEMENTO riguarda la sfera morale. La regolamentazione sarebbe possibile qualora tra gli operatori di mercato prevalesse una moralità orientata alla cooperazione. Negli ultimi anni, al contrario, si è affermata nei mercati una logica di tipo «matematico», che si è poi diffusa su tutto il corpo sociale. Alla base di questa concezione troviamo l’idea del calcolo dei costi e dei benefici in funzione dei profitti individuali. È proprio l’ipostatizzazione di questa logica a costituire l’ostacolo più grande al controllo della finanza, in quanto crea un meccanismo di legittimazione reciproca, che giustifica le violazioni più vistose in cambio di un certo livello di tolleranza verso quelle minori. In altre parole, l’egemonia diffusa dell’idea di profitto crea una condizione di alienazione generalizzata, per cui la società si dissolve nel proprio oggetto dei desideri.

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