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sabato 25 febbraio 2017

Riflessione sul caso Taxi vs Uber

I taxisti italiani, come quelli francesi, forse neppure lo sanno. Ma la loro protesta è un segnale inequivocabile dell’avanzare travolgente del problema fondamentale di questo passaggio storico: la disoccupazione tecnologica.
I commentatori dei media si sono concentrati quasi soltanto sulle “violenze” (innescate da infiltrati fascisti di Forza Nuova), sulle “resistenze corporative”, sul “rifiuto della concorrenza”, della “modernità”. Tutti aspetti corrispondenti al vero, per carità, ma straordinariamente secondari.



 La questione centrale è che un mestiere per decenni redditizio scomparirà tra qualche anno o qualche mese, così come ne stanno scomparendo velocemente migliaia di altri.

“Un autista esperto che conosce la città”, in regime di monopolio concertato, poteva essere considerato un artigiano nei tempi andati. Stanno per entrare in commercio le auto che si guidano da sole, il navigatore è ormai una tecnologia matura; a che servirà più un autista da chiamare al bisogno? Anche il loro avversario di oggi – le auto a noleggio con autista, o Ncc – subirà la stessa sorte negli stessi tempi.

Diverso il discorso quando si affronta l’ingresso della piattaforma Uber – una app che si limita a mettere in comunicazione domanda e offerta di mobilità tra privati – ufficialmente non ammessa sul mercato italiano ma pienamente operante, con quote crescenti di traffico. Qui siamo nel futuro, effettivamente. Chiunque può trasformarsi in “taxista” per qualche ora o qualche minuto al giorno, rispondendo alla chiamata proveniente dal punto più vicino a quello in cui si trova. Prezzi modici (fissati dalla stessa Uber in base al chilometraggio), senza vincoli contrattuali o assicurativi (tutti i rischi a carico del guidatore). In una società socialista sarebbe quasi la soluzione perfetta – una piattaforma pubblica – al problema della mobilità urbana; in regime capitalistico c’è invece una società fa i miliardi nel mondo senza assumere nessuno (a parte qualche decina di ingegneri informatici), grazie al lavoro di collaboratori occasionali e non continuativi, con cui non intrattiene alcun rapporto e verso cui non ha alcun obbligo.

Ma lo stesso meccanismo – l’automazione di funzioni fin qui svolte da esseri umani – si va sviluppando in modo irresistibile in qualsiasi comparto o settore produttivo. In testa a tutti ci sono le grandi fabbriche, ovviamente. Alla Foxxcon di Shenzen (Cina), hanno annunciato la riduzione del 50% dei dipendenti (quasi 60.000) “grazie” all’introduzione dei robot sulla catena di montaggio. Persino nel settore agricolo, dove lavora ormai solo il 4% dei lavoratori italiani, sta per arrivare il trattore multifunzione che fa tutto da solo, ovviamente senza autista, dalla semina al raccolto, alla registrazione di tutte le informazioni rilevanti sullo stato dei terreni. Anche nel comparto delle “cure alla persona” sono in fase avanzata di sperimentazione robot-badanti o infermieri. In qualsiasi comparto operino, i robot non scioperano, non protestano, non hanno pause fisiologiche.

I taxisti non lo sanno, ma sono in ottima compagnia: da qui al 2025 – domattina, nella pratica – in Europa ci saranno 50 milioni di posti di lavoro in meno, pur in presenza di un aumento della produzione.

Gli ideologi che scrivono editoriali ci ripetono che “Da due secoli e mezzo conviviamo con un’automazione sempre maggiore: cerchiamo, per quanto possibile, di sostituire lavoro umano con macchinari”, ma questo ha sempre prodotto molti più posti di lavoro nuovi, molto meno faticosi.

Vero, per il passato. Ma ogni fenomeno fisico-sociale, se sviluppato lungo una tendenza crescente e accelerata, è destinata a incontrare un limite. Viviamo in un mondo finito, limitato, tondo. Nulla può crescervi all’infinito, a parte le illusioni.

Gli esseri umani si preoccupano generalmente della propria vita e di quella dei propri figli. Chiedono dunque di sapere ora quali altri posti di lavoro possano sostituire quelli che si vanno perdendo o si sono già perduti.

Ma a questa domanda non c’è risposta. O, per lo meno, non c’è una risposta che non sia anche una presa in giro (esempio: la formazione permanente, come se ci si potesse riciclare da tassista o operaio in tecnico informatico, avvocato, medico, ecc, in poche settimane o mesi).

Che non ci sia risposta è evidente leggendo le risposte del ministro Delrio – per quanto poco rappresentivo sia di una riflessione alta sulle trasformazioni epocali in atto – date al Corriere della Sera di oggi proprio sulla vertenza dei taxisti: "non è detto che tutto il vento nuovo faccia bene per forza. Siamo aperti all'innovazione, che in molti campi sta migliorando le nostre vite. Ma non è un bene a prescindere. Dipende da cosa fa, da come lo fa, dalle conseguenze. I fattorini in bici che portano le cene a casa per tre euro l'ora, per dire: sono innovazione o sfruttamento?". E infatti il governo di cui fa parte promuove lo sfruttamento…

Ma è certamente più indicativa la “pensata” di uno che sull’innovazione tecnologica ha costruito un impero, come Bill Gates: tassare i robot, ridurre insomma il profitto di quelle realtà aziendali che decideranno di adottare sistemi automatizzati in sostituzione dei lavoratori umani. Con quello, si illude Bill, si potrebbero finanziare programmi di formazione per riqualificare le persone per attività in cui l’essere umano è ancora insostituibile (educazione dei bambini, cura degli anziani, ecc).

Una scemenza, è ovvio. Ci hanno riso su tanti imprenditori che in altri momenti sono corsi a baciargli le suole. Ma a noi sembra rilevante soprattutto il fatto che neanche lui – con tutti i think tank che finanzia – riesca a partorire una visione più ottimistica ed equilibrata del mercato del lavoro futuro.

Le chiacchiere stanno insomma a zero, come sempre. L’automazione è inarrestabile ed elimina posti di lavoro. In una società dominata dalla proprietà privata dei mezzi di produzione (fabbriche, ecc) le persone debbono trovare qualcuno che dia loro un reddito in cambio di lavoro. Se il lavoro svanisce, cosa accadrà dell’umanità in esubero?

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