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mercoledì 15 febbraio 2017

Raggi pensa allo stadio mentre Roma muore

Roma soffre, è Stata dimenticata, si è smesso di pensarla e di disegnarla. È la fine dell'urbanistica. I 5 Stelle si sono rivelati essere uguali agli altri nella subalternità allo stato delle cose. In un difetto, e non già in un eccesso, di radicalità. QUANDO si ascoltano i vari Di Battista, Di Maio e Virginia Raggi promettere che, sì, lo stadio della Roma si farà, viene da pensare che ci sia una maledetta linea d'ombra, nella vita pubblica italiana. Quella linea è l'elezione a una carica pubblica.

Quando la varca, il cittadino subisce una mutazione radicale nel linguaggio, nell'etica, nella scala delle priorità. Perfino nella logica. Non è più un cittadino, ormai: diventa il pezzo di un potere immutabilmente uguale a se stesso, chiunque lo incarni.
Si è rotto il legame tra la comunità degli uomini e la città materiale: la prima ha cessato di immaginare e modellare la seconda. Il taglio delle finanze locali, l'ignoranza e la corruzione delle classi dirigenti hanno delegato a pochi grumi di interesse privato (palazzinari e banche, in sostanza) lo sviluppo delle città, secondo questa logica perversa: "io amministratore permetto a te speculatore di prenderti un pezzo di spazio pubblico, se in cambio mi fai quei servizi, quelle urbanizzazioni, quelle infrastrutture necessarie alla comunità che io non ho i soldi per fare, né la voglia di pensare".
È la fine dell'urbanistica, e dunque la fine della città pubblica. Questa abdicazione è stata compiuta indifferentemente da destra e da sinistra. Ora è il turno dei 5 Stelle; essi rischiano di essere uguali agli altri nella subalternità allo stato delle cose: in un difetto, e non già in un eccesso, di radicalità. Perché chiunque varca quella famosa linea d'ombra senza una visione, senza un progetto, senza sapere quale città e quale politica vuole, non riuscirà a cambiare niente. Anzi, ne sarà inesorabilmente cambiato.'
Sacrosanto.
Ma il distinguo è il seguente. Che proprio nella città di Roma, per esempio, si ebbe invece la prova del contrario; ossia che non è vero che chiunque varchi la maledetta linea d'ombra dell'elezione a una carica pubblica subisca poi una mutazione diventando un pezzo del Potere.

Infatti Giulio Carlo Argan, dal 1976 al 1979, e Luigi Petroselli, dal 1979 al 1981, e le loro giunte e maggioranze rispettive, incarnano il più palmare dei controesempi alla tesi assoluta, rendendola perciò relativa, del peraltro perspicace e coraggioso, intellettualmente onestissimo, Tomaso Montanari: grazie a costoro, all'opera politica e amministrativa loro, l'elezione di cittadini a carica pubblica non significò né mutazione né integrazione nel Potere, bensì costruzione di città e di civiltà, di socialità e cultura come non si è più dato successivamente.

Perché? Credo per un'ideologia (parolaccia), per un'idea (meglio) e una visione concreta di società (e di umanità). Anzi, ne sono sicuro. Argan, un indipendente eletto nel Partito Comunista Italiano, e Petroselli, un comunista fin dall'immediato dopoguerra, e tutte e tutti i loro collaboratori e tutte e tutti i compagni loro (e nostri), stanno lì nella Storia di Roma a dimostrare che c'è stato almeno qualcuno in qualche momento che ha fatto della politica un servizio pubblico, non un affare privato. (E' affare privato, ovviamente, anche berciare 'onestà' e razzolare favori, nella peggiore delle ipotesi. E lo è, meno ovvio ma convicetevene, nella migliore anche occupare lo spazio politico, ottenere un mandato a governare e semplicemente non svolgerlo.)
Poi quel momento passò.


Oggi era stato un giornalista romano della vecchia guardia come Vittorio Emiliani (e non un cronista velenoso di quelli oggi in circolazione) a ricordare che secondo l’Ispra, nel Comune di Roma risultano mangiati da asfalto e cemento almeno 31.000 ettari su 129.000, un quarto. Ma sono molti di più con l’abusivismo che, prima dell’ultimo condono, si era portato via 5.000 ettari. “Quei 31.000 e più ettari coperti dalla coltre di cemento equivalgono alla somma di Milano e Torino senza più un filo d’erba. Roma è scaduta dal 1° al 3° fra i Comuni più verdi. Dall’altro lato, si stima siano circa gli 185.000 alloggi vuoti, invenduti, e molti uffici (degli stessi Parnasi alla Bufalotta)”. Una fotografia nota ma impietosa del dominio dei palazzinari, dei cementificatori e della speculazione edilizia su un territorio, sulla città e sulla sua vita sociale. Uno scempio sul quale la giunta Raggi non potrà neanche più celarsi dietro la foglia di fico dell'assessore Berdini che, almeno su questo, ha dimostrato ai avere le idee più chiare delle amministrazioni comunali di Roma presenti e passate.
I 5Stelle sono solo l'ultimo frutto rancido di quella malapianta. Non è emendabile da fuori, caro Montanari, né da dentro, caro Berdini; non più di quanto lo fossero, e siano tuttora, la destra e il centrodestra, il centro e il centrosinistra del variopinto ventaglio politico-mediatico, mutevole eppure immobile.


E' ben per questo che la linea d'ombra, su questo ha ragione Montanari, oggi come oggi passa sopra tutto quanto. E' tutto al di qua di essa, tutto sotto.
Perfino un tentativo in buona fede, semmai ciò sia stato, come quello di Berdini.

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