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venerdì 17 febbraio 2017

No Uber? le cooperative fanno lobby schiavizzando i tassisti

In Italia operano 40mila tassisti e 80mila noleggi con conducente. È dal 1992 che si cerca di garantire leggi certe. Gli autisti delle auto bianche hanno regole più rigide e onerose, è vero, ma cercano anche di frenare concorrenza e cambiamenti. Per questo Uber, multinazionale che ha applicato alla gestione del servizio taxi la tecnologia che oggi consente una prenotazione con un semplice clic sul telefonino, è il nemico numero uno.

 
Sulle barricate oggi contro il decreto Milleproroghe che rinvia di un anno la stretta su noleggio con conducenti e  pratiche abusive o comunque nuove e cioè non regolate dalla legge, i tassisti hanno eletto a nemico pubblico il servizio Uber. Non si dice – non lo dicono i tassisti – che l’Antitrust ha aperto un’istruttoria (il 24 gennaio scorso, non anni fa) contro le maggiori cooperative (tipo radiotaxi 3570) perché pretendono l’esclusiva sui servizi di radiotaxi a 3mila l’euro l’anno, servizi che il mercato e le nuove tecnologie oggi rendono molto più efficienti ed economici di un tempo. Un taxi Uber costa in media il 40% in meno del servizio tradizionale perché la sua tecnologia riduce i tempi morti, secondo i tassisti perché sottopaga i conducenti.

La posizione secondo cui Uber sostanzialmente è più democratico perché riducendo i tempi morti si amplia l’offerta e aumentano i posti di lavoro (in America donne e neri, i più svantaggiati nel mercato del lavoro), contro l’arroganza e la chiusura a riccio di un pugno di tassisti organizzati in una lobby corporativa. Ma, si obietta, perché la stessa tecnologia non può essere applicata dagli stessi tassisti? La risposta non può essere univoca né definitiva, ma è chiaro che i tassisti rappresentano l’ultimo anello della catena e il nemico è probabile ce l’abbiano in casa: ma è un fatto che le cooperative che gestiscono i radiotaxi difendono una rendita di posizione.

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