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domenica 12 febbraio 2017

In via Zamboni ha perso la civiltà

Amo le biblioteche, le amo aperte. Anzi, credo che le biblioteche siano una delle funzioni più importanti di una città. Non può esistere una città senza biblioteche, così come non può esistere una città senza scuole e ospedali. Per questo non mi piace quando l’ingresso in una biblioteca non è libera quando per entrare in una biblioteca occorre passare attraverso due porte a vetri, come per entrare in banca, e tu rimani prigioniero tra quelle due porte chiuse, in attesa che qualcuno o qualcosa ti riconosca. E infatti NON amo le banche, non tanto perché è difficile entrarci, ma per quello che ci fanno dentro.
Quindi per me è un dolore sapere che in una biblioteca che ho frequentato quella di via Zamboni 36, sono state installate queste due porte. Come noto, contro questa decisione un gruppo di studenti ha iniziato una serie di proteste, fino all’occupazione di quella stessa biblioteca, e – cosa altrettanto nota – la polizia ha sgombrato quegli studenti, “liberando” quella biblioteca, che ora temo sia chiusa. Una sconfitta per l’università; e per la città. E soprattutto per gli studenti che di quello spazio hanno bisogno.
Poi però bisogna raccontare anche un’altra parte di questa vicenda, che riguarda cosa le biblioteche sono diventate nelle nostre città. Per ovvi motivi anagrafici, non frequento le biblioteche universitarie bolognesi da molto tempo, ma fino a qualche anno fa andavo regolarmente in Salaborsa, la principale biblioteca pubblica di Bologna – che si trova proprio a ridosso di piazza Maggiore, nel cuore della città: cinque o sei anni fa – e immagino sia la stessa cosa anche oggi – quell’istituzione non svolgeva soltanto la funzione per cui è nata, ma ne ha assunta un’altra che tutti vediamo, ma che nessuno sembra disposto ad ammettere. La Salaborsa è, insieme alla sala d’aspetto della stazione ferroviaria, il principale luogo di riparo per molti senzatetto bolognesi: se non ci fosse quella biblioteca, se non ci fossero le biblioteche nei quartieri, molti senzatetto non saprebbero dove andare e sarebbero costretti a rimanere in strada, al freddo d’inverno e al caldo d’estate. Questa è una funzione di una biblioteca? Credo di no, però è così e non possiamo fingere che non lo sia. E infatti credo che la gestione di quella biblioteca dovrebbe essere a carico non solo dei magri bilanci del settore cultura, ma che le spese dovrebbero essere imputare anche sui costi del welfare. Questo innegabilmente crea problemi alle persone che lavorano in quell’istituzione e a chi va a leggere e a studiare. Si spaccia in Salaborsa? Immagino di sì, perché si tratta comunque di uno spazio libero e per molti versi franco. Scusate la prosaicità, ma Salaborsa è il principale – e credo l’unico – bagno pubblico e gratuito della città; questa non è una funzione di una biblioteca, però risolve le “funzioni” di moltissime persone che passano per il centro e non saprebbero come fare altrimenti. Amministrare una città significa anche dedicare spazi alle necessità dei suoi cittadini, a tutte le necessità.
A me piacerebbe che le biblioteche universitarie di Bologna fossero spazi liberi e aperti alla socialità – perché in biblioteca ci vai a studiare, ma anche per stare insieme – mi piacerebbe che fossero aperte anche di sera, di notte – anche perché per molti studenti fuorisede non è facile studiare negli spazi angusti delle case che vengono loro affittate a prezzi iperbolici dai “bravi” cittadini bolognesi. Ma nella situazione data cosa diventerebbero quegli spazi? Sarebbero impropri dormitori, sarebbero impropri bagni pubblici, sarebbero un’altra cosa rispetto a quello che dovrebbero essere.
Per questo non mi interessa la discussione pro o contro le occupazioni, né quella pro o contro lo sgombero da parte della questura, su richiesta del rettore, con l’avallo del sindaco e il plauso dei benpensanti che affittano in nero agli studenti. Vorrei che nella mia ex città, nell’università in cui mi sono laureato – per inciso la più antica del mondo – si discutesse di spazi e di funzioni.
Non siamo di fronte a un nuovo ’77, ma al manifestarsi della debolezza della città di fronte a quello che è, a quello che dovrebbe essere. Un rettore inadeguato, un sindaco inadeguato, una città inadeguata, cosa altro possono fare? Alzano la voce, sbattono i pugni sul tavolo, fanno intervenire i poliziotti soltanto per mascherare la loro pochezza, la mancanza di un’idea di futuro, l’incapacità di pensare a cosa deve essere la città e l’università, a partire da come devono essere usati i suoi spazi. E francamente anche gli studenti “ribelli” e occupanti mi pare non dimostrino grande visione del mondo. Volete occupare via Zamboni 36 per farci cosa?
In questi giorni a Bologna si stanno fronteggiando due debolezze, e visto che nessuno sa cosa farci di quello spazio finirà per rimanere chiuso. Una sconfitta per tutta la città.

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