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martedì 28 febbraio 2017

Il fallimento della Sharing economy

La sharing economy è stata fin qui probabilmente il tema più sfruttato da questi pubblicitari (forse) involontari del capitalismo reale: condividere un bene privato, farne fonte di utilità comune, guadagnarci entrambi qualcosa (io che lo metto a disposizione in termini di reddito, colui che lo usa in termini di risparmio)… cosa ci potrebbe essere di più progressista, evolutivo, quasi comunista?

Quel che scompare in questa immagine idilliaca (e falsificata) della sharing economy è il terzo soggetto, quello che non condivide proprio nulla e anzi prende da entrambi i “condivisori”: il proprietario della piattaforma che mette in comunicazione proprietario stabile e consumatore occasionale, aggirando ogni regolazione del mercato esistente (norme di sicurezza, salario, tasse, ecc).
Diciamolo subito: una reale e generalizzata condivisione dei beni (automobile, casa sfitta o temporaneamente vuota, fino al cibo cucinato e via immaginando) avrebbe colossali ricadute positive sullo stile di vita dell’umanità intera, con sostanziale riduzione della produzione di merci e di tutte le conseguenze a contorno (uso delle risorse non riproducibili, spreco, inquinamento, ecc). Le metropoli, solo per dirne una, diventerebbe luoghi più vivibili se il traffico automobilistico fosse drasticamente ridotto, se ogni automobile viaggiasse quasi piena. Il numero di abitazioni necessarie crollerebbe se quasi nessun appartamento fosse mai vuoto. La quantità di mobili, elettrodomestici, pentolame, ecc, sarebbe una frazione dell’attuale. Le relazioni sociali sarebbero meno stranianti se si cenasse quasi ogni giorno con altri, sconosciuti e sempre nuovi. E i costi complessivi scenderebbero in misura altrettanto drastica.
L’intoppo è tutto nella proprietà privata dei mezzi di produzione, distribuzione, circolazione e quindi anche di condivisione. Un intoppo che perverte il possibile in impossibile, il sufficiente in scarso, il benessere di tutti in povertà della maggioranza assoluta-
Il caso della sharing economy, per le numerose connessioni teoriche di questo modello di business, ha costretto persino un analista da quotidiani finanziari (Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza) ad affrontare di petto il nodo principale, inducendolo a titolare il suo articolo La socializzazione dei beni del proletariato. Il capitalismo non sa più dove prendere quote di profitto, e le cerca in quello che ci ha già venduto (che dunque ha chiuso il ciclo dalla valorizzazione), chiedendoci anche del lavoro supplementare.
Clienti e “produttori” di questa sfera economica sono infatti quasi esclusivamente consumatori poveri, al massimo ceto medio che si va impoverendo. Gente costretta a cavar fuori qualche spicciolo in più da quel che ha già (auto, casa, capacità culinarie, ecc, in condizioni ovviamente tali da non provocare rifiuto nel potenziale “cliente”; insomma, un "usato presentabile") e gente che deve risparmiare molto sulle proprie necessità (spostamenti, abitazione, ecc), per lavoro o per vacanza. Quel che si fa gratis tra amici, diventa a pagamento tra sconosciuti…
Il caso di partenza è naturalmente rappresentato dalla dura protesta dei tassisti, che ha messo davanti agli occhi di tutti una linea evolutiva del capitale che diventa socialmente devastante grazie alla virtù principale del capitalismo; o sviluppo tecnologico accelerato.
La conclusione a cui giunge Aletta può risultare sorprendente, ma ha certamente molte ragioni:

Mentre tra i comuni mortali trionfa la deprofessionalizzazione, la deidenfificazione e la decostruzione organizzativa, l’apice opposto diviene sempre più concentrato, stabile e pervasivo: feudalesimo, duro e puro.
Com’è possibile che l’avanzamento tecnologico produca un ritorno al Medioevo? Bisogna smettere di farsi distrarre dall’oggetto (la tecnologia, appunto) e concentrarsi sulle relazioni sociali generate dall’intreccio tra modo di produzione capitalistico e tecnologia. Sono questi rapporti sociali ad essere rimodellati (quasi) nei termini del mondo medioevale:

Oggi, in un assetto capitalistico e di libertà d’impresa, con la sharing economy tutto ciò che è privato, esclusivo ed individuale ritorna ad essere messo in comune, attraverso i nuovi strumenti di infeudamento rappresentati dalle piattaforme informatiche che organizzano le relazioni, dalle regole inviolabili alle pretese economiche, misurate in percentuale sul valore della prestazione o del lavoro svolto. E’ una forma di mezzadria esercitata addirittura sul bene altrui, una gabella, tale e quale quella pretesa dalla aristocrazia terriera di una volta.
E siamo al punto. Nella sharing economy capitalistica il mezzo di produzione è rappresentato dalla piattaforma che mette in rapporto, a livello mondiale, chi ha un bene da affittare e chi ha bisogno temporaneamente di quel bene. Più precisamente, quella piattaforma non produce alcun bene. È una struttura di informazione che lucra sulla reciproca non conoscenza tra i soggetti interessati (esattamente come le piattaforme per appuntamenti!), esigendo una percentuale arbitrariamente fissata. Persino le informazioni non sono prodotte dal gestore della piattaforma, ma dall'affittuario (numeri di telefono, mail, foto del bene, ecc). In questo senso, ha molto in comune con il signore medioevale, che pretendeva lavoro e una percentuale del prodotto su terreni formalmente “in comune”, sottoposti però  al proprio controllo militare.
Ma il progresso tecnologico non passa invano. Dunque la tragica relazione medioevale tra signore e servo non si ripete come farsa contemporanea. Per un verso i “signori delle piattaforme” sono infinitamente meno numerosi e fantascientificamente più irraggiungibii. Il loro potere non si fonda sulla forza ma sulla connessione: se te la taglio, tu perdi l’utilizzabilità del tuo bene come fonte di reddito e tu l’opportunità di godere a un prezzo inferiore a quello praticato sul “mercato regolato”, secondo le leggi dei singoli Stati. Teoricamente, la concorrenza tra “signori delle piattaforme” potrebbe produrre alternative sullo stesso terreno (auto,casa, ecc), dunque prezzi ancora più bassi (probabilmente non più tali da incentivare all'affitto temporaneo); nella pratica, è facile vedere una tendenza al monopolio mondiale (uno per l’auto in metropoli, uno per gli spostamenti a medio lunga percorrenza, uno per le case, uno per i b&b, ecc), appena limitato da altri monopoli territorializzati decisi da uno Stato (la Cina o l’India, per esempio).
La sharing economy, insomma, si comporta come una gestione semi-ottimale dei consumi individuali, a valle delle fasi di produzione, circolazione e vendita; in forma insomma privatistica e parassitaria (beni e soldi implicati nello scambio sono di altri, non delle piattaforme). Ha dunque conseguenze sistemiche oggettive – involontarie – definibili come deflazionistiche, perché riducono la quantità di beni che diventa indispensabile acquistare, dunque anche gli ordinativi futuri. Meno auto, meno case (hai voglia a costruire stadi, imbecille!), meno letti, meno armadi, meno pentole…
Sia detto solo per accenno, ma questa spinta deflazionistica, di oggettiva decrescita, si manifesta e si esercita nello stesso momento in cui le tecnologie dell’automazione produttiva stanno investendo tutti i comparti dell’economia globale. Centinaia di milioni di posti di lavoro sono già stati cancellati o stanno per esserlo (50 milioni solo in Europa, nel prossimi 8 anni).

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