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domenica 5 febbraio 2017

Chi assicura Roma e il Paese?

Per chiudere la polemica su Roma, qualche riflessione su queste benedette polizze tocca farla. Intanto occorre riflettere sulla notizia in sé e su come è nata. I magistrati che hanno avviato un’indagine sulla sindaco di Roma hanno cercato di tenere questa indagine lontana dai riflettori, almeno per quanto competeva a loro. Hanno giustamente svolto l’interrogatorio in un luogo segreto e immagino avranno “nascosto” da qualche parte il verbale. Tenere segreti questi verbali è un loro dovere, ma è anche un diritto dell’imputato.

 Noi cittadini non abbiamo il diritto di sapere cosa è stato detto in quella stanza; almeno fino a quando l’inchiesta non è conclusa e gli atti possono diventare pubblici. E questo vale per ogni indagine. Io, da cittadino, mi sento più tutelato se so che i verbali degli interrogatori – di tutti gli imputati, dal ladro di polli a Totò Riina – vengono tenuti segreti mentre si svolgono le indagini. Invece raramente lo sono, spesso qualcuno li diffonde, quasi sempre scegliendo ad arte quello che serve ai propri scopi. E questo qualcuno è un magistrato, un pubblico ufficiale, qualcuno che tradisce il proprio lavoro e il proprio ufficio. Prima o poi dovremo interrogarci su come lavorano male i magistrati in questo paese e sulla loro malafede, ma evidentemente ai giornalisti loro complici, che ricevono quei preziosi verbali o i testi delle intercettazioni, non interessa denunciare la mano che li nutre.
Ormai i verbali sono pubblici e quindi parliamo di queste polizze. Cosa ci racconta questa storia? Nulla di particolarmente nuovo, a dire il vero. Questa vicenda ci dice che Virginia Raggi è inadeguata a quel ruolo. Io – l’ho scritto più volte, prendendomi per lo più gli strali dei miei lettori – l’avrei votata se fossi cittadino romano – la voterei ancora se dall’altra parte ci fosse un candidato del pd – ma pensavo allora e penso oggi che né lei né il suo partito siano pronti a una sfida di questo genere e questo è un problema. Per tutti. Il fatto che la seconda – o forse, nonostante la canea dei giornali, la prima – forza politica del paese sia incapace di esprimere una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe mettere in ansia sia coloro che li votano che quelli che non lo fanno o non lo farebbero mai. Ma neppure questo è un tema che interessa ai giornalisti italiani, il cui unico scopo è quello di screditare gli avversari politici dei propri “padrini”.
Poi la storia delle polizze ci dice un’altra cosa che già sapevamo, ossia che attorno a quell’amministrazione – ma non solo a quella ovviamente – ruota un sottobosco di personaggi, i cui interessi poco hanno a che fare con quelli dell’amministrazione. Quelle polizze francamente mi sembrano più che un gesto di inutile piaggeria o un tentativo malriuscito di corruzione, un’arma di Romeo – o dei suoi mandanti – da usare contro Raggi. Anche se un magistrato a servizio di chi non sappiamo – o lo sappiamo benissimo – non avesse fatto lo spione, probabilmente quelle polizze sarebbero saltate fuori comunque, presto o tardi, perché utilissime per tenere sotto scacco la sindaco che, per quanto debole, “loro” non riescono a controllare come vorrebbero. Temo che la debolezza di Raggi alla fine abbia stupito e spaventato anche loro. Chi fa affari intorno – e in barba – all’amministrazione comunale ha bisogno di un sindaco che decida, che faccia qualcosa, magari lo faccia male, ma lo faccia. Un’amministrazione immobile non serve neppure ai ladri, ai faccendieri, ai corrotti e ai corruttori; e infatti tutti questi richiedono un’amministrazione che decida, magari come faceva il commissario, senza le beghe e le lungaggini della politica. In Italia in tanti vogliono l’uomo forte perché si spende meno a corrompere una persona sola, per quanto avida, piuttosto che tanti.
La vicenda delle polizze è grave perché scopre non tanto l’inadeguatezza della politica – è più di vent’anni che “loro” ci dicono che la politica fa schifo e la profezia ha finito per autoavverarsi – quanto il marcio che c’è nella pubblica amministrazione. Il Comune di Roma – e non è un’eccezione rispetto al panorama desolante della pubblica amministrazione – va così non per colpa di politici malfattori e incapaci che si sono succeduti in questi anni – o non solo per colpa loro – ma soprattutto per precise responsabilità di una macchina amministrativa che si è voluto fosse debole, poco formata, impastoiata da leggi, direttive e regolamenti incomprensibili. Ci sono ormai decine di leggi, decreti, regolamenti, linee guida dell’Anac, dedicate al tema della prevenzione della corruzione, ogni Comune deve produrre rapporti, avviare controlli, monitorare procedure, eppure si continua tranquillamente a rubare – anzi si ruba più di prima – perché si tratta di norme farraginose, inconcludenti, spesso tra loro in contrasto, scritte in una lingua inaccessibile. Ogni pubblica amministrazione impegna persone a scrivere centinaia di pagine che nessuno leggerà, a redigere norme che nessuno applicherà, magari non facendo le cose che andrebbero fatte. Ad esempio le norme per i lavori pubblici sono così complesse da far desistere un funzionario onesto, mentre uno disonesto va a nozze, perché grazie alla complessità è più facile rubare. Più le leggi sono complicare più sono difficili da far rispettare e infatti in questo paese abbiano un corpus legislativo abnorme, che tende a crescere piuttosto che farsi più semplice. E poi i ladri sanno che prima o poi arriva una proroga, arriva un’emergenza, arriva qualcosa che permetterà loro di rubare, più e meglio di prima, alla faccia degli impiegati onesti che sono la maggioranza e anche dei politici seri e preparati che ci sono e che potrebbero esserci, perché nessuno “nasce imparato”: si può diventare amministratori capaci, ma si preferisce non lo diventino.
Questa è la vera polizza che assicura a “loro” di poter continuare a fare i loro affari.

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