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sabato 18 febbraio 2017

Bahrain, un dramma dimenticato pronto a scoppiare

Nel vergognoso silenzio dei media, il Bahrain è ormai giunto a un punto di non ritorno; se il regime di Al Khalifah non mette a freno la brutale repressione contro ogni protesta, non pone fine alle esecuzioni indiscriminate dei dissidenti e non cessa di calpestare gli oppositori, scoppierà una crisi incontrollabile originata dalla negazione dei più elementari diritti umani.

Il fatto è che il Popolo del Bahrain è stanco delle belle parole di allarme e solidarietà di alcune (vedi caso solo alcune) organizzazioni per i diritti umani, parole che cadono nel più assoluto disinteresse dei media, che si guardano bene dal raccoglierle, e della comunità internazionale che, Onu in testa, non ha fatto nulla per sostenere le legittime richieste di democrazia di un Popolo e fermare le sistematiche violenze del regime.

La crisi del Bahrain viene da lontano, è iniziata nel 2011 con un crescendo di proteste contro la corrotta dinastia degli Al Khalifah. Allora, l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo, temendo il contagio di quella che si delineava come una rivoluzione che reclamava democrazia e rappresentanza politica per la parte più fragile e povera della popolazione, totalmente esclusa dal sistema seppur largamente maggioritaria, corsero in soccorso del regime che stava crollando intervenendo militarmente e schiacciando nel sangue le proteste.

I morti si contarono a centinaia, gli arrestati (molti dei quali in seguito spariti in carceri inumane) a migliaia. Da allora la repressione non si è fermata divenendo sempre più dura, con altre migliaia di incarcerati o svaniti nel nulla e lo scioglimento arbitrario di ogni gruppo dell’opposizione, come è accaduto ad al-Wefaq, la più ramificata ed influente organizzazione del dissenso.

A tutt’oggi il Bahrain è sotto il totale controllo dell’Arabia Saudita, impegnata da allora nella brutale repressione delle proteste senza che il Popolo riceva dal mondo esterno alcun aiuto né sostegno politico. Quella che è messa in atto da media e comunità internazionale è una congiura del silenzio che ha coperto e continua a coprire la politica di sanguinosa oppressione del regime di Al Khalifah e di Riyadh, che nei fatti controlla il piccolo petrostato.

Questo silenzio, infranto solo dall’Iran, ha impedito l’internazionalizzazione di una crisi sempre più sanguinosa, e ha permesso la durissima occupazione militare del Bahrain per opprimere le proteste del suo Popolo. In tutto questo, i governi dell’Occidente non sono semplicemente collusi ma complici attivi a causa dei radicati interessi economici con Riyadh e le altre monarchie del Golfo. Per Stati Uniti e Regno Unito, al fortissimo movente economico si unisce quello geopolitico per la stretta collaborazione militare e le basi navali concesse ad essi dal regime di Al Khalifah.

In questo clima, a cui si accoda anche l’Onu, e col pieno sostegno politico che ne deriva, in Bahrain una bestiale repressione fatta di uccisioni, torture e incarcerazioni arbitrarie ha libero corso, sicura di godere di una totale impunità grazie al silenzio assordante dei media internazionali dinanzi al perpetuarsi di questi crimini.

Nei fatti, le poche e distratte notizie che filtrano liquidano quella tragedia come una contrapposizione fra sunniti e sciiti, con questi ultimi che, sotto una presunta spinta di Teheran, vorrebbero insidiare la stabilità del piccolo Paese. Nella realtà, in Bahrain si sta svolgendo la lotta sempre più dura di oltre il 70% della popolazione contro l’oppressione di un potere corrotto e parassitario, che nega ogni diritto, e che per mantenere il proprio potere tirannico non esita a uccidere, a violare e distruggere le moschee sciite, a devastare e chiudere scuole e imprese, a incarcerare e torturare un Popolo che si ribella.

È una rivolta che dura ormai da sei anni e che si è trasformata in una rivoluzione finora repressa grazie all’intervento esterno ed alle complicità internazionali; ma mentre la gente continua a morire, essa è tutt’altro che esaurita e trova nuova forza e motivazione ad ogni martire.

Può sembrar strano a un Occidente ormai privo di valori e incapace di comprendere cosa sia una causa per cui battersi sacrificando ogni cosa, ma in Bahrain il Popolo sta portando avanti una lotta per conquistare i propri diritti negati, un Parlamento eletto, una nuova Costituzione. Una lotta sempre più ampia e forte a dispetto di ogni repressione e che da un momento all’altro può esplodere in una rivoluzione che non solo travolgerà gli Al Khalifah, ma scuoterà fin alle fondamenta anche le altre monarchie del Golfo e i Saud per primi.

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