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giovedì 26 gennaio 2017

Tuttii al voto... per non governare

Elezioni politiche italiane: voto subito si può. A termini di legge, anzi di sentenza. Perché il Parlamento italiano (quello di prima e quello di adesso) di leggi elettorali ne avevano fatte e approvate due. Entrambe semi amputate dalla Corte Costituzionale per appunto difetti di costituzionalità. Il risultato sono due leggi tra loro un po’ diverse per eleggere la Camera e il Senato. Due leggi elettorali assemblate quasi a caso, per sottrazione e comunque con un esito clamoroso: il ritorno al sistema proporzionale.


Due leggi che si possono però usare, subito. Ciò che resta dell’Italicum dopo la sentenza della Corte che cancella il ballottaggio e ciò che resta del Porcellum dopo ormai antica bocciatura della Corte e in assenza di una legge fatta da chi dovrebbe (il Parlamento) fanno insieme un sistema proporzionale. Dove, come, chi, quando il paese, le sue istituzioni, il suo elettorato, il suo Parlamento ha scelto e deciso di tornare al proporzionale, a come si votava un quarto di secolo fa?

Non lo ha scelto nessuno titolato a farlo, non un Parlamento, non un corpo elettorale. Si torna al proporzionale che un referendum popolare aveva bocciato con il settanta per cento dei voti. E ci si torna più per caso costituzionale e inerzia politica che per scelta consapevole e voluta.

Il sistema elettorale proporzionale non è di per sé cattiva cosa, nessun sistema elettorale è in sé “buono” o “cattivo”. Dipende dal momento storico, dal paese reale cui si applica, dal tipo di istituzioni, dal tipo di forma dello Stato. Una legge elettorale proporzionale significa che gli elettori affidano il proprio voto ad un partito e sarà il partito, la lista, il Movimento votato che, dopo le elezioni e sulla base dei rapporti di forza nei risultati, deciderà con chi e se fare un governo e quale governo.

Il sistema proporzionale contiene sì una dose maggiore di rappresentanza rispetto al maggioritario (tanti voti, tanti eletti e ogni opinione o gruppo rappresentato appunto in proporzione). Ma contiene anche una meno visibile ma consistente maggiore delega dell’elettore al votato, più di quanto non faccia il maggioritario.

In concreto in Italia, domani, anzi anche subito che si può. Si vota, si va alle elezioni e chi prende il 40 per cento dei voti prende 340 seggi su 317 alla Camera (non conteggiati seggi esteri e Val d’Aosta e Trentino, altrimenti fa 630). Insomma la legge che si può usare subito dice che chi prende il 40 per cento dei voti avrà in Parlamento i numeri per governare, potrà fare il governo da solo come ha promesso agli elettori.

Ma chi lo prende domani, anzi anche subito che si può, il 40 per cento? Nessuno, non lo prende nessuno. Non M5S, non il Pd, non Forza Italia neanche se si unisce a Lega e Fratelli d’Italia. E, ammesso qualcuno sogni di prenderlo il 40 per cento dei voti per la Camera, quel qualcuno deve poi prendere anche la maggioranza al Senato dove si vota con sbarramenti e riporti su base regionale e il premio di maggioranza non c’è.

Domani, anzi subito ci sono liste, partiti e Movimenti che possono prendere l’uno più voti degli altri ma che se vogliono fare un governo dopo le prossime elezioni devono fare un governo di coalizione, di alleanze di governo dopo il voto. Legge elettorale proporzionale e governo di coalizione sono nei fatti l’uno conseguenza praticamente obbligata dell’altra.

Quale governo di coalizione dunque dopo le prossime elezioni italiane? O quello Pd-Forza Italia o quello M5S-Lega. O coalizioni sbilenche, ballerine al Senato, mutevoli di mese in mese, ricattate ad chi le compone. Questo il risultato oggi di una legge proporzionale. Per questo è oggi, qui e adesso, la legge elettorale peggiore per il paese.

Ma è una legge che in fondo non dispiace a nessuno o quasi. Con un proporzionale al “tavolo” del governo ci si può provare a sedere in tanti e chi resta in piedi ha una vasta e comoda anticamera in cui lavorare e stare in salute. Con una legge proporzionale Berlusconi può sperare, anzi avere la quasi certezza, di portare Forza Italia al governo. E così Alfano. E così il Pd. E così, se lo vorranno, anche quelli più a sinistra del Pd di Renzi, modello Pisapia per intenderci. Governo inciucio? Così sarà battezzato ma sarà l’esito legale e per così dire naturale del voto.

Oppure governo M5S-Lega-Fratelli d’Italia per fare maggioranza servono i tre anti sistema. Come lo chiamiamo un governo così? Inciucio sarebbe parola troppo graziosa.

Col proporzionale si gioca all’italiana, puntando prima a “non prenderle”, col proporzionale non vince davvero nessuno, non perde davvero nessuno. Si può fare, non è peccato. Ma la conseguenza è il governo di coalizione trattato dai partiti dopo il voto e quello detto agli elettori prima del voto conta relativamente, molto relativamente. Si può fare, non è peccato. Ma chi l’ha scelto, chi l’ha votato, perché si torna al proporzionale?

In realtà non si torna, al proporzionale si scivola quando contemporaneamente si è su un piano maledettamente inclinato e non si hanno gambe per alzarsi in piedi e riguadagnare il terreno piano. Allora si cercano appigli, qua e là. Ma si scivola, inesorabilmente.

Scivola verso il proporzionale un paese, una comunità, un sistema politico, un elettorato che ha fortemente rifiutato, respinto e rigettato via referendum la riforma dello Stato e la connessa legge e logica maggioritaria. Che lo sapesse o no l’elettorato nel referendum di dicembre ha di fatto smontato e raso al suolo l’idea di elezioni che determinano un vincitore e il relativo governo. Di qui il grande scivolare verso il proporzionale.

Altra grande spinta a scivolare: con il ballottaggio in un paese politicamente ed elettoralmente “tripolare” (cioè con tre grandi gruppi di voto e opinione) si è visto più volte che due elettorati si sommavano contro uno. Al primo turno ognuno votava per sé, ma al ballottaggio (vedi elezioni amministrative) l’elettorato di destra amava votare M5S se l’alternativa era un candidato Pd e l’elettorato di sinistra sceglieva votare M5S se c’era dall’altra parte candidato di destra.

Il ballottaggio consentiva, anzi chiamava la somma di due elettorati contro uno. E questo meccanismo di volontà popolare configurava una vittoria facile di M5S. Ballottaggio la Corte lo ha cancellato, ballottaggio non c’è più. E con il proporzionale al posto dell’Italicum M5S passa da candidato primo alla vittoria a candidato primo a star fuori dal governo. Attenzione però, non è stato un “complotto”. M5S al proporzionale ci è come suol dirsi “stato”. Perché alla fine tanto per così dire governativo M5S non è.

Maggio, giugno, ottobre 2017, aprile 2018? Grillo e Salvini e Meloni per questa primavera, massimo giugno. Renzi per giugno. Ma Bersani e la minoranza Pd, stavolta una minoranza ingrossata, (manco a dirlo) contro Renzi e per votare a ottobre, meglio ad aprile 2018. E per il più tardi possibile con ogni scusa e argomento Berlusconi e Alfano. Gran dibattito, lotta, partita. Ma in fondo gran dibattito, lotta e partita sul meno, quasi niente che è il quando votare.

Il più lo abbiamo già deciso, voluto e pure in qualche modo votato. Abbiamo deciso, voluto e votato elezioni italiane da cui uscirà un vincitore debole chiunque sia, un perdente forte chiunque sia e un governo di coalizione dalle grandi intenzioni ma dal passo lento e dalle braccia e mani smunte. Abbiamo già deciso di provare tutti a curare, proporzionalmente s’intende, tutti i gruppi, interessi, lobby, opinioni, umori, passioni, speranze, pretese…

Tanto a decidere saranno i francesi, a prendersi questo peso di decidere se l’Europa e quel che significa si smonta o no nel 2017 saranno i francesi. Che, guarda caso, non votano con il proporzionale ma con il maggioritario e il ballottaggio diventati da noi impopolari e incostituzionali

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